Giornalismo, media sociali e “l’ora d’oro” (qual è la differenza tra essere veloci ed essere tempestivi?)

storyful Bisognerebbe sempre ricordare che non esistono sinonimi “perfetti”, e che anche tenere conto di certe sfumature nel significato delle parole può aiutarci a (cercare) di capire alcune cose. Prendiamo ad esempio le parole velocità, rapidità e tempestività: sì certo, possiamo anche usarle come sinonimi ma essere veloci non presume necessariamente l’essere efficaci (e nemmeno di tentare di esserlo), per dire. L’essere tempestivo invece vuol dire  “Che avviene o si fa al tempo o al momento giusto, quindi utile, opportuno” (dizionario Treccani). C’è una certa differenza, no? Domanda: il giornalismo deve essere veloce o tempestivo quando copre una notizia? Penso che si possa tranquillamente dire che tra le qualità del giornalismo non c’è la mera velocità, non c’è mai stata. Ma una delle più importanti qualità del giornalismo è l’essere tempestivo.

Ok, l’ho presa un po’ alla lontana ma mi veniva in mente questo ragionamento leggendo Finding the Wisdom in the Crowd, Cercando la saggezza nella folla, un articolo di qualche mese fa pubblicato sul Nieman Reports. In quel pezzo Mark Little per spiegare il lavoro svolto da Storyful, l’agenzia di informazione da lui fondata, che si occupa di selezionare e verificare notizie prendendo come fonte la Rete,  utilizza il concetto della Golden hour, l’Ora d’oro. Secondo Little infatti c’è:

«un tempo nei social media che è il medesimo sia per dare credito a una verità conclamata sia per rendere una bugia inarrestabile. Il tempo perché la morte di una star diventi un trend topic o che un video esplosivo emerga da YouTube. Ed è in quel tempo che il giornalismo può contare di più».

L’ora d’oro appunto, ed è quella che può fare la differenza. Quella che ti permette di essere “sulla notizia” ma come si aspettano i tuoi lettori, con autorevolezza e tempismo (l’uno è conseguenza dell’altra, non un elemento accessorio). In quel tempo se conosci le dinamiche della Rete e le rispetti, hai un discreto bagaglio di conoscenze sui metodi e gli strumenti da utilizzare puoi applicare un filtro adeguato per separare le notizie dalle bufale (Storyful ha lavorato con importanti testate per fornire materiali verificati distinguendosi in particolare per la qualità del proprio lavoro durante la primavera araba).

I fatti drammatici di Sandy Hook, la pessima copertura della notizia da parte di alcuni media americani (non tutti però) e in particolare la tremenda cantonata presa da alcune grandi testate nell’indicare in un primo momento la persona sbagliata come responsabile del massacro hanno riproposto un vecchio tema: i media sociali sono o no strumenti affidabili per la copertura giornalistica di un evento?

“Molti di coloro che criticano la diffusione di notizie false su Twitter sembrano tracciare una linea netta tra il modo in cui le persone si comportano sui social network e il modo in cui il giornalismo ‘reale’ è praticato da fonti tradizionali di notizie” ha scritto Mathew Ingram ricordando che poi, sono stati proprio due colossi come Cnn e New York Times a sbagliarsi nel dare le prime notizie della strage in Connecticut. Ne è poi nata una querelle sulle diverse metodologie di fare cronaca in real time, utilizzando le reti sociali, tutta da seguire: quiqui e qui alcuni articoli da leggere.

È un tema sul quale ancora si parlerà a lungo. Ma un giornalismo in evidente deficit di credibilità verso i propri lettori non può guardare certo ai media sociali e alle conversazioni che generano, come a un “problema” e non come a una risorsa. Sono la cultura professionale, le metodologie e gli approcci non adeguati con i quali si affrontano le sfide dei nuovi contesti che sono un (grande) problema. Voglio pensare che il lettore chieda ancora una cosa sopra le altre al giornalismo: notizie accurate e capaci di dargli strumenti per farsi una propria opinione dei fatti. Per questo sinceramente non so davvero quanto possa essere efficace lanciare una notizia con l’idea che comunque, in Rete la si possa poi correggere e modificare (insomma la filosofia del prima twittare poi verificare, il Poynter su questo tema ha scritto un articolo esemplare When to go fast, when to go slow on social media).

Certo si può sbagliare, comunque (nessuno ne è immune, con tutta l’attenzione che ci si può mettere) anche con l’«ora d’oro». Che poi alla fine è un’idea, una suggestione. Ma una suggestione utile per comprendere un approccio concreto alla professione, che sente il bisogno di acquisire nuove conoscenze nuovi approcci quanto di applicare le buone regole di sempre. O come dice ancora Little:

Abbiamo bisogno di nuovi protocolli per modellare la collaborazione tra giornalisti e comunità. Forse è altrettanto importante ripensare la collaborazione fra giornalisti, sia all’interno che al di fuori delle strutture tradizionali. Continuo a dire alla gente che stiamo entrando in un periodo d’oro del giornalismo. E lo credo davvero. Ma prima di tutto abbiamo bisogno di affrontare la sfida di ogni ora d’oro.

Verifica delle fonti e social media: tre vecchie regole e sei buoni consigli per i giornalisti

IMG_2059Alla domanda “come si verifica una notizia che proviene dalla Rete?”, la tentazione alla fine potrebbe anche essere quella di rispondere semplicemente : “come si è sempre verificata una notizia, anche prima dell’avvento dei media sociali”. Perché in realtà, su questo sembrano essere in molti d’accordo, gli strumenti digitali e i social media hanno sì cambiato gli scenari, gli approcci, ma non le regole fondamentali alla base della buona pratica giornalistica.

Così l’edizione online di Internazionale, molto giustamente nella presentazione di un video dello speech di Fergus Bell, il social media e UGC editor dell’Associated Press (UGC sta per user-generated-content), che parla di come passare al setaccio della verifiche incrociate le notizie che circolano in Rete (come verificare le notizie sui social network), sintetizza così le tre regole base per separare le notizie dal rumore di fondo dei media sociali:

Prima regola: usare i vecchi metodi per verificare le notizie. Quelli che ogni giornalista conosce: incrociare le fonti, preferire quelle di prima mano e autorevoli.

Seconda regola: sviluppare nuovi metodi per integrare i vecchi.

Terza regola: prendersi il tempo necessario per verificare, non farsi influenzare dalla fretta.

Ottime regole, certo. Ma su questo aspetto oltre all’intervento di Bell segnalo altri due articoli, pubblicati nei mesi scorsi, che si occupano di dare ulteriori strumenti ai giornalisti in merito alla verifica e la gestione delle fonti provenienti dai media sociali: 5 ways journalists can use social media for on-the-ground reporting in the Middle East scritto dalla reporter Genevieve Belmaker per il Poynter e How to: use social media in newsgathering del sempre preziosissimo sito britannico Journalism.co.uk  (per il quale sono stati sentiti Malachy Browne, di Storyful, David Wyllie, editor a Breaking News della NBC News e il giornalista investigativo Colin Meek).

L’articolo della Genevieve Belmaker è focalizzato sul reporting dal Medio Oriente, così come anche gli altri esperti portano spesso esempi di fonti da zone di guerra, quindi in campi particolarmente delicati e complicati da gestire. Ma nonostante la loro particolarità, o grazie proprio a questa, mi sembra molto interessante leggerli per estrarne alcuni principi base. Alla fine “solo” regole di buon senso professionale, che sicuramente possono essere molto utili e valere per tutti coloro che si occupano di informazione nel nuovo ecosistema delle notizie (qualunque sia il tipo di cronaca coperto). Così ho messo insieme un po’ di cose dai due articoli (non tutto, e ovviamente rimando alla loro completa consultazione), e ne sono venute fuori questi sei consigli. Così, giusto per iniziare a parlarne:

#1 Avvicinati il più possibile alla fonte e migliora sempre le tue capacità di capire e valutare le persone con le quali interagisci. È la prima e fondamentale regola, forse non dovrebbe esserci bisogno nemmeno di scriverla (forse), ma è quella che poi genera tutte le altre: quando usi Twitter e Facebook per trovare e sviluppare una storia, cerca un contatto più vicino possibile con le fonte dell’informazione, a quello che sta succedendo. E inoltre cerca di scoprire e mettere insieme più informazioni sulle tue fonti (se le conosci solo online). Cerca di capire ad esempio quali sono le loro motivazioni, le loro appartenenze e affiliazioni o i loro interessi nella vicenda che raccontano.

Devi quindi essere in grado di valutare le persone, e tenere di conto le possibili distanze culturali. I media sociali collegano e avvicinano le persone ma non annullano distanze e differenze, rispetta tutti ma cerca di capire chi hai di fronte. Documentati sulla loro “impronta digitale”, chi sono, cosa fanno, dove sono stati con chi interagiscono. Migliora e affina continuamente la tua capacità di usare gli strumenti che ti permettono di farlo.

#2 Ogni volta che puoi prendi il telefono e verifica direttamente le tue fonti. Le buone pratiche di base del giornalismo, come detto già più volte, sono ancora valide anche in questo tipo di ricerche. Quindi se dal tuo feed di Twitter leggi una notizia interessante, ma mancano alcuni dettagli fondamentali, dalle foto o se da altri elementi vengono fuori elementi contraddittori, cerca di contattare direttamente la fonte se possibile. E il buon vecchio telefono, se si è nelle condizioni di poterlo fare, è sempre un ottimo mezzo. Sì certo, c’è anche Skype (e quindi definire e aggiornare continuamente una lista di contatti su Skype è fondamentale).

Esempio concreto: Durante la copertura di un mio servizio – racconta la Belmaker – dopo l’attentato al consolato americano a Bengasi, sono riuscita ad avere un contatto primario disposto a farmi parlare con altre persone. Mi sono presa del tempo per discutere con questo contatto al telefono e farmi un’idea della sua personalità (mi sembra razionale?), sulle sue motivazioni (mi sembra arrabbiata?) e il suo stato d’animo (mi sembra eccitata e su di giri?). In quel caso non ci è voluto molto per capire che stavo parlando con una persona calma e ragionevole che era veramente in mezzo alla storia per motivi personali.

#3 Confronta sempre i materiali (foto e video) con altri e comunque fatti sempre delle domande sulle informazioni che le fonti condividono in Rete. Ci sono un sacco di dettagli da esaminare quando si trova in Rete un’immagine o un video prima di rilanciarlo, pensando magari di avere in mano lo scoop del secolo. Ad esempio dettagli topografici, che si tratti di edifici, ombre, luce del sole e ora del giorno o il tempo (ma non sono da trascurare molti altri come cartelli stradali o targhe di automobili): tutti elementi da incrociare per vedere se sono coerenti con le informazione ricevute (orario, luogo, eccetera). Alle volte basta utilizzare anche semplici strumenti come Google Image o Panoramio o TinEye  per verificare il materiale trovato  (ad esempio confrontandolo con foto storiche per capire se il luogo nella foto è quello veramente indicato).

Esempio: quando lo scorso 13 settembre c’è stato un attacco all’ambasciata Usa a Sana’a, racconta David Brownie, un’immagine stava circolando rapidamente su Twitter e Facebook. Ma quell’immagine si riferiva a un attacco avvenuto nel 2008. Sono bastati pochi minuti e una verifica con gli strumenti a disposizione in Rete per capire immediatamente che quella era, in realtà, una vecchia foto.

#4 Non dipendere troppo da un unico punto di vista. Un rischio concreto può essere quello di dipendere troppo da un unico punto di vista dei fatti raccontati, rimanerne affascinati e innamorarsi, per così dire, di come potrebbe delinearsi la storia. Andare a traino di qualcuno esclusivamente perché dice cose che ci piacciono, non è una grande strategia.

“La grande tentazione con i citizen journalist – dice David Willye editor a Breaking News – è quello di seguirli perché ti stanno dando quello che è il quadro più emozionante – ma non è detto che necessariamente sia anche la rappresentazione della realtà più accurata”. La tentazione quindi è quella di seguire – anche se hanno pochi elementi che le confermino – le tracce più eccitanti quelle che sembrano portarti verso una grande storia, “ma in realtà quello che dovete fare è cercare le tracce più precise e accurate, e cercare di ricordare nel prosieguo del tuo lavoro le persone che le hanno fornite” dice ancora David Willye.

#5 Segui il fumo dei media sociali per trovare il fuoco della notizia. Dai social media possono venire le prime notizie su un fatto, dei buoni indizi ma non abbastanza per scrivere storia come si deve. Le tracce trovate sui media sociali rappresentano un buon vantaggio ma se le informazioni sono frammentarie, ci sono incongruenze, serve lavorarci ancora, verificarle e cercare di contattare direttamente, anche telefonicamente, le fonti dirette (vedi anche i punti precedenti). Poi quando hai il quadro più chiaro puoi tornare ad approfondire la storia sui social media con le tue fonti.

Una delle storie più interessanti dopo l’attacco all’ambasciata americana a Bengasi è stato lanciato per primo sui social media – racconta ancora Genevieve – È stato un buon punto di partenza, ma non abbastanza per una storia, serviva ancora un po’ di prudenza e accortezza nel metterla insieme. Con un collega abbiamo lavorato per verificare che l’indizio fosse giusto. Solo una volta sicuri che la storia era giusta siamo tornati alle fonti da social media e approfondito ulteriormente le informazioni. Quando siamo rimasti soddisfatti della sua accuratezza, abbiamo riportato il pezzo.

#6 Utilizza i tuoi contatti per trovare altri contatti interessanti. E poi mantienili e coltivali. Mentre stai seguendo una storia utilizza le informazioni che hai per trovare altri contatti che parlano dello stesso tema. Se trovi una buona fonte, qualcuno bravo e preciso guarda chi è collegato al suo feed di Twitter, è molto probabile che abbia altri buoni contatti. Puoi creare una lista su Twitter con questi contatti e guardare come va avanti la conversazione. “Le persone che sono buone fonti tendono ad attrarre altre buone fonti” dice Brownie, e puoi partecipare anche tu a questa conversazione per capire meglio cosa sta succedendo.

Non dimenticare poi di mantenere aggiornate e “vive” queste liste. È un grosso errore non continuare a coltivarle perché magari quel determinato evento si è concluso (o pensi che sia concluso). Possono esserci sempre informazioni che prima o poi ti torneranno utili. Quel giorno potresti pentirti di aver perso quei contatti.

Fonti e approfondimenti: