La Tirannia dell’Email

Ne avevo dato notizia un po’ di tempo fa, l’uscita dell’edizione italiana di “Tyranny of Email” di John Freeman, di cui ho parlato spesso per il suo manifesto sulla ‘slow communication’ (che ne rappresenta un capitolo). Adesso il libro è uscito, per Codice Edizioni tradotto da Giuliana Olivero, ed è stato presentato al Salone del Libro di Torino.

Controllate la mail mentre fate colazione? O sul BlackBerry, nel bel mezzo di una riunione, armeggiando pateticamente sotto il tavolo? Avete inoltrato una mail a trenta persone senza controllare cosa ci fosse scritto in coda? Usate la posta elettronica per comunicare qualsiasi cosa vi passi per la testa? Vi siete iscritti a troppe mailing list? Premete ogni due minuti “Ricevi”, nella perversa speranza che sia arrivato l’ennesimo messaggio? Se vi riconoscete in almeno uno di questi comportamenti compulsivi, avete tra le mani il libro giusto. John Freeman non è un eremita nemico della tecnologia, ma una persona perfettamente calata nel suo tempo che semplicemente suggerisce di fermarsi e guardare cosa abbiamo davanti: un computer connesso a Internet, ovvero uno strumento utile e meraviglioso, non le chiavi di una prigione in cui a quanto pare ci siamo rinchiusi da soli. È tempo di recuperare un modello di comunicazione più umano, ragionato e gratificante: una Slow Communication, il cui manifesto riafferma la superiorità dell’uomo sulla tirannia della tecnologia digitale.

dalla presentazione dell’editore

Il crowdfunding fa centro: Ted Rall tornerà in Afghanistan

Funding successful

Buone notizie: Ted Rall grazie al progetto di crowdfunding realizzato attraverso la piattaforma Kickstarter ha ottenuto il budget necessario per tornare in Afghanistan e realizzare i suoi reportage. Ben 211 sottoscrizioni che hanno superato entro i termini di tempo fissati i 25mila dollari necessari. Del progetto di Rall ho parlato spesso in questo blog.
È una notizia importante perché Rall potrà andare in zone dell’Afghanistan molto colpite dalla guerra ma non coperte dagli altri media, e descrivere così storie del conflitto che nessun altro ci avrebbe raccontato. Ma il successo ottenuto attraverso Kickstarter è altrettanto importante perché dimostra che il finanziamento dal basso può davvero funzionare anche per progetti ambiziosi come questo. Per carità non facciamoci prendere da facili entusiasmi sul futuro del giornalismo, però dai, questo è un bel segnale.

Ted Rall is going to Afghanistan, with the help of Kickstarter, 200 supporters, and 101% funding (Nieman Journalism Lab)

“The Price of Sex”, lo slow journalism di Mimi Chakarova


Mimi Chakarova è una fotografa e reporter investigativa nata in Bulgaria ma che da tempo vive negli Stati Uniti, insegna alla scuola di giornalismo di Berkeley, fa parte dello staff del Center for  Investigative  Reporting e ama i progetti giornalistici a lungo termine. In questo momento ne sta portando avanti due, uno sulla guerra nel Kashmir (uno dei conflitti più trascurati dai media) e l’altro, quello che segnalo in questo post, sullo sfruttamento della prostituzione e la tratta delle donne provenienti dai Paesi dell’Est Europa. “The Price of Sex” questo il suo titolo, è un reportage bello e molto coraggioso che la impegna da sette anni. Coraggioso perché Mimi sta attraversando (con elevato rischio per la propria sicurezza per le possibili reazioni della malavita organizzata) i Paesi della ex cortina di ferro (e anche del Mediterraneo, Turchia, Israele, Italia e molto oltre fino a Dubai) dove le ragazze vengono portate e ridotte in schiavitù.

Accedere alle fonti è stato l’aspetto più ostico di questo reportage. È un tema difficile non solo a causa degli elementi criminali implicati, ma anche per la vergogna delle donne coinvolte che raramente sono disposte a parlare di ciò che è accaduto (…) La Chakarova è una delle poche giornaliste capaci di accedere alle fonti necessarie per raccontare in modo accurato questo commercio.
da Chakarova’s ‘Price of Sex’ Reveals Sex Marketplace (womensenews.org)

Price of Sex è un progetto bello non solo per quello che racconta ma anche per come lo fa. È un progetto articolato e complesso – servizi, mostre fotografiche, un documentario (ancora in fase di progetto e alla ricerca di finanziamenti), e anche un sito Web – nel quale i diversi materiali convivono e si integrano: articoli, interviste su file audio e in video, fotografie, mappe interattive.

Un elemento questo non secondario perché il modo nel quale lavora la Chakarova dimostra come lo ‘slow journalism’, non è definito dalle sole coordinate dei lunghi tempi di lavorazione, dell’accuratezza delle indagini e della profondità di analisi (elementi non certo trascurabili!), ma spesso anche da una capacità di saper integrare linguaggi diversi. È un aspetto interessante e affascinante perché è una prova (forse rara, ma non certo unica) come il valore della ‘lentezza’ nel giornalismo possa portare con sé anche un’attenta riflessione sui linguaggi e sulle possibilità di costruire un modo nuovo di raccontare la realtà. In questa direzione il Web e i media sociali devono essere visti sempre di più, non semplicemente come dei contenitori neutri da riempire a ritmi vertiginosi, ma anche come luoghi dove poter ricercare e sperimentare, in modo serio e professionale, un’integrazione tra le diverse scritture giornalistiche.

approfondimenti e fonti

The price of sex: women speak (il sito web del progetto)

Photojournalist Mimi Chakarova talks about going undercover for sex trafficking project ( dal blog del CIR)

Chakarova’s ‘Price of Sex’ Reveals Sex Marketplace (womensenews.org)

Mimi Chakarova: Sex Slavery from the Inside (video FORA.tv)

The Price of Sex :: Photo Exhibition

pagina di Facebook sulla mostra di fotografie di Price of Sex

Photojournalist Mimi Chakarova talks about going undercover for sex trafficking project

One in 8 Million, quando il giornalismo racconta storie qualunque


New York è una città di personaggi. Nella metropolitana e nelle sue vie, dall’intensità del Centro città all’intimità dei quartieri, è una parata di persone con qualcosa da dire grande 305 miglia quadrate. One in 8 Million è una raccolta di alcune delle loro passioni e dei loro problemi, delle loro relazioni e della loro vita di tutti i giorni, delle loro vocazioni e delle loro ossessioni.

(dalla presentazione di One in 8 million sul sito del nytime.com)

Non sono certo il primo a segnalare questo bel progetto della versione online del New York Times partito più di un anno fa, anche se per la verità, mi sembra, un po’ in sordina (all’interno delle pagine dedicate alla cronaca cittadina). Lo faccio perché, ovviamente, One in 8 million mi piace molto. Ma anche perché queste storie mi stimolano due riflessioni. La prima è che il progetto utilizza semplicemente un file audio – sul quale sono state registrate le interviste – e delle slide show per la sequenza delle foto, tutte rigorosamente in bianco e nero.

Eppure One in 8 million risulta bello e autentico. Segno evidente che, se utilizzati con capacità e professionalità (la qualità delle foto e dell’editing delle interviste sono davvero molto curate), elementi quasi banali oggi possono aprire strade di scrittura che, se non proprio innovative, sono certamente nuove e originali (basterebbe pensare a cosa vengono dedicate la maggior parte di gallerie fotografiche nei portali di molti quotidiani italiani).

La seconda è che il giornalismo on line non necessariamente deve essere ispirato dall’immediatezza dei fatti e dalla velocità di esecuzione. Ci si può prendere anche un po’ di tempo e utilizzare un po’ di mestiere per raccontare la realtà che ci circonda. O no?
Le storie, in tutto 54,  sono state aggiornate con cadenza settimanale dall’8 gennaio al 24 dicembre del 2009.

In Italia qualcosa di simile l’ha fatta MagZine (anche se con un taglio stilistico diverso) un dossier su lavori notturni a Milano. Forse sarebbe proprio il caso di continuare su questa strada con altri progetti…

approfondimenti

One in 8 Million (nytime.com)

La fan page del progetto su Facebook

Dossier lavori notturni (MagZine)

The Tyranny of e-mail sarà pubblicato anche in Italia


In un post recente, a proposito di Slow Communication, ho parlato del giornalista e scrittore John Freeman e del suo The Tyranny of Email pubblicato lo scorso anno negli Stati Uniti. Il libro sarà presto (forse a primavera) pubblicato anche in Italia da Codice edizioni con la traduzione di Giuliana Olivero (che ringrazio per avermi informato). Decisamente una buona notizia perché dalle anticipazioni pubblicate l’opera dell’editor di Granta si annuncia ricca di riflessioni e spunti interessanti.

Crowdfunding journalism: due progetti per un giornalismo ‘lento’ e partecipato

Di giornalismo finanziato tramite crowdfunding si è cominciato a parlare solo nei mesi scorsi grazie a Spot.us , una start-up ideata dal 26enne David Cohn e finanziata dal Center for Media Change (340mila dollari) e sostenuta dalla Knight Foundation. L’idea di David è questa: utilizzare i social media come luogo di incontro tra giornalisti freelance e lettori, prima vengono segnalati dei temi da approfondire, poi i giornalisti propongono un progetto per un reportage  (e relativo budget necessario per realizzarlo). I lettori se ne apprezzano le finalità, possono decidere di  sostenerlo con micro-finanziamenti (mediamente 20 dollari nel caso di Spot.Us). Poi, sempre attraverso il Web, i freelance aggiornano sullo stato di avanzamento del loro lavoro.

Il sistema di raccolta fondi tramite crowdfunding è diventato famoso con la campagna elettorale di Barak Obama che ne ha fatto un uso sistematico, intelligente e, soprattutto, vincente. Poi, grazie a Cohn, l’idea è stata declinata anche sul giornalismo: 40mila dollari raccolti nei primi sei mesi. Forse non una cifra da capogiro ma abbastanza perché qualcuno – Tanja Aitamurto sull’Huffpost – parli già di effetto Obama sul giornalismo e di editoria decentralizzata.

Per molti, comunque, una boccata di ossigeno per quel giornalismo investigativo e d’inchiesta che per sopravvivere ha bisogno di indagini sul posto, ricerche d’archivio e, soprattutto, di molto tempo per farle come dio comanda. Tutta merce rara di questi tempi dove imperano le fast news e gli editori e i caporedattori chiedono ai giornalisti una produttività quotidiana legata molto più alla quantità che non alla qualità.

E in Italia? Dal 2005 esiste Produzioni dal Basso, una piattaforma no-profit e indipendente.  Qualche mese fa (novembre 2009) è stata presentata a Napoli un’altra piattaforma, in via di sviluppo, “Pulitzer” per il community funded reporting che però a differenza dell’altro progetto italiano e di quello americano, “non vuole essere un’associazione no-profit, il modello di business si basa sull’acquisizione del 10% dei ricavi finali di ciascun progetto” come tiene a precisare il suo ideatore Antonio Rossano in un video-presentazione che potete vedere qui

Tra tanti entusiasmi il crowdfunding journalism ha sollevato anche qualche dubbio. Chi storce la bocca lo fa perché perplesso sull’opportunità di far finanziare ai lettori (o alle Fondazioni, come ne caso di Spot.Us) servizi che poi finiranno comunque sui grandi quotidiani. Gli editori, così facendo, vengono sollevati dal dover rischiare soldi di tasca loro, una volta poi realizzato il reportage, se piace, potranno sempre comprarlo e pubblicarlo. Troppo comodo, sostengono gli scettici.

Lo 'stato di avanzamento' del progetto Sochi

Il tema merita una riflessione, per adesso però segnalo due progetti interessanti che si possono trovare (ed eventualmente finanziare) in rete. Continua a leggere

Un manifesto per la Slow Communication

Il concetto di slow contrapposto al fast ci è ormai ben noto, credo. Tutto è cominciato negli anni ’80 con il movimento Slow food che si contrapponeva alla cultura dei fast food, non solo per il modo di consumare cibo, ma come difesa di stili di vita, valori sociali ed etici. Insomma partendo dalla tutela del lardo di Colonnata e del fagiolo zolfino e il rifiuto dei BigMac e degli hamburger fatti con chissacheccosa, si difendevano non solo i tempi e i modi di produrre alimenti sani, ma si definiva un’idea (ideologia?) che si contrapponeva alle leggi del mero consumo.

La sfida è rimettere l’uomo (la sua storia, la sua identità, il suo essere parte di un ecosistema complesso) e non il consumatore, al centro dell’agire e delle scelte (dei singoli cittadini, così come delle nazioni e delle società che le compongono). Più di recente, nel campo dell’economia e della finanza ha, da par suo, mutuato questo concetto Federico Rampini mettendolo alla base del suo bel libro “Slow Economy” nel quale l’inviato di Repubblica propone un nuovo approccio ‘lento’, appunto, all’idea di sviluppo.

E per quanto riguarda la comunicazione e il giornalismo? Si è cominciato a ragionare seriamente di estendere i concetti e i valori di sostenibilità all’universo dei media? John Freeman, editor di Granta (prestigiosa rivista letteraria americana) ha proposto qualche mese fa (agosto 2009, per la precisione) sulle pagine del Wall Street Journal un autentico Manifesto della Slow communication (che, per la verità, si concentra di più sull’aspetto tecnologico dei media e non sul loro linguaggio) che fa parte del suo libro “The Tyranny of Email uscito da qualche mese negli Usa.

È giunto il momento di lanciare un manifesto per un movimento Slow Communication, una contro offensiva verso le macchine e le forze che ci spingono a rimanere connessi ad esse. Molti dei valori di Internet rappresentano un miglioramento sociale — e può rappresentare davvero una grande piattaforma sulla solidarietà, che premia la curiosità, che permette di risparmiare. Questo non è il manifesto di un luddista, questo è un manifesto umano.

Foto pubblicata nel 1967 dalla rivista De AVRObode (via The limping messenger)

Cosa sostiene Freeman nel suo articolo? In buona sostanza che l’ambiente tecnologico che ci siamo costruiti intorno agisce su di noi con una tale pressione che la mente e il corpo umano non sono più in grado di sopportare. Continua a leggere

L’uomo con il megafono

Immaginiamoci questo: siamo a una festa tra amici che, come la maggior parte delle feste tra amici, si svolge in maniera abbastanza tranquilla, fino a quel momento: le persone parlano, si scambiano opinioni, discutono, magari qualcuno si accalora a una particolare affermazione, ma siamo tra persone civili e sappiamo mantenere una discussione entro i limiti di chi, comunque, è sinceramente interessato all’opinione degli altri; a un certo punto però entra un uomo con un megafono.

L’uomo comincia a dire la sua attraverso il megafono, ad esempio sulla qualità delle tartine o sulla scollatura di una signora. Pensate che a quel punto qualcuno riesca a continuare a dialogare con i suoi interlocutori o semplicemente farsi i fatti suoi? Beh no, tutti – ma proprio tutti – anche coloro che vorrebbero ignorarlo, non potranno fare a meno di starlo a sentire e prestare attenzione alle cose o persone prese di mira dall’Uomo con il Megafono.


L’Uomo con il Megafono detterà, inevitabilmente, i tempi e i modi della discussione. Alle tante discussioni dei diversi gruppetti di persone che si erano create durante la serata, si sostituirà un’unica discussione: essere o meno d’accordo con quello che afferma l’Uomo con il Megafono.

Ecco ho, più o meno letteralmente, citato l’introduzione del primo capitolo della bellissima e imprescindibile raccolta di saggi di George Saunders “Il megafono spento”.

L’Uomo con il megafono non dialoga, non può farlo, perché si è messo su un altro livello rispetto ai suoi interlocutori (che magari neanche vorrebbero essere suoi interlocutori) che non hanno (fisicamente) i suoi strumenti. Continua a leggere