Storytelling multimediale: il racconto giornalistico e l’evoluzione dello “snowfalling”

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Non è certo frequente che un reportage immediatamente dopo la sua pubblicazione sia subito considerato una pietra miliare nella storia del giornalismo. A Snow Fall è accaduto proprio questo tanto che il celebre e celebrato lavoro del New York Times, messo on line nel dicembre 2012 è diventato lo storytelling multimediale nel campo giornalistico per antonomasia: un reportage “alla Snow Fall” viene comunemente detto per definire qualsiasi “format” digitale di questo tipo.

Così in soli 12 mesi dalla sua pubblicazione una lunga serie di lavori (circa un centinaio) sono stati realizzati nel suo solco, da testate ma anche aziende che si sono ispirati a questo formato narrativo per raccontare e raccontarsi. E a dire il vero “Snow Fall” non è nemmeno stato il primo lavoro di questo genere, ad esempio è da ricordare, prima di lui The Long Strange Trip of Dock Ellis della Espn e tra i progenitori, diciamo così,  sono da ricordare anche alcuni esperimenti (ad esempio questo) fatti dalla rivista The Verge.

Va detto però che tra tanta ammirazione e meritate celebrazioni queste tipologie di storytelling hanno ricevuto anche qualche decisa critica. Ok d’accordo è difficile accontentare tutti (anche se forse è un po’ esagerato scrivere come ha fatto Choire Sicha che “Chiunque segretamente odia Snow Fall“), ma però uno sguardo ai detrattori ha comunque valore darlo perché ci aiuta a capire alcune cose: in particolare per “Snow Fall” (un vero kolossal nel suo genere per risorse economiche e di professionalità impiegate) c’è chi ha sottolineato la sua difficile “replicabilità” in altri contesti che non siano la testata giornalistica più prestigiosa al mondo.

Insomma un “lusso” produttivo per pochi. E in effetti a confermarlo è stato lo stesso Richard Berke assistant managing editor del New York Times che ha dichiarato poco dopo la pubblicazione del reportage: “Abbiamo investito troppo lavoro, tempo, persone su quel progetto. Sappiamo che è stato un successo e continuiamo ad avere nuovi visitatori ogni giorno. Ma non possiamo permetterci di puntare su quello. Sperimenteremo modelli diversi, magari più economici e meno impegnativi” (la fonte è: Perché Firestorm e Snow Fall non salveranno i giornali di Serena Danna).

E a Medium, l’ottimo progetto dedicato allo storytelling online, hanno spiegato più o meno così la loro decisione di non voler adottare questo tipo di format: scriviamo storie intorno alle 7-8mila parole, il nostro obiettivo è quello di promuovere nel web le storie estese ma è anche di rendere la vita dei lettori più facile, non è detto che se siamo in grado di fare “snowfalling” sia comunque necessario realizzarlo, obbligando il lettore a inchiodarsi per 30 o 40 minuti davanti allo schermo (ho sintetizzato brutalmente il pezzo completo lo potete leggere qui: Snowfallen Just because you can, it doesn’t mean you should)

Nonostante questi appunti la domanda è: lo storytelling “alla Snow Fall” se non a salvare i giornali contribuirà almeno a renderli migliori? Intanto c’è da dire che nonostante gli sforzi produttivi richiesti, nel 2013 il New York Times ha continuato a sfornare reportage di questo tipo: altri sette da The Jockey al davvero notevole e recentissimo Invisible Child.

Perché se costa così tanto? Primo perché questo tipo di lavori con il loro prestigio (parola impegnativa, lo so) aumentano il valore percepito del “brand” e una testata, qualunque sia, ha bisogno di valorizzarsi e affermarsi anche come marchio, oggi più che mai. Poi perché questi format promettono un forte interazione con il lettore e lunghi tempi di permanenza sul sito e aumentare il tempo medio di lettura degli utenti è un importante obiettivo per le testate online.

MA COSA VUOL DIRE “SNOWFALLING”?

wired

“Station to station” gran bel reportage di Wired (12 settimane di lavorazione) sull’artista multimediale Doug Aitken [http://www.wired.com/underwire/aitken-station-to-station/#page]

Ecco a questo punto cerco mettere insieme alcune caratteristiche tecniche di base che differenziano questa tipologia di lavori da un “normale” reportage online (magari a voi ve ne vengono in mente altre, suggerimenti come sempre ben accetti):

Longform storytelling, ovvero narrazioni giornalistiche dalla forma estesa (più di 4/5mila parole o 25/30mila battute se preferite queste come unità di misura).
Unique article design ovvero un articolo caratterizzato da layout particolare che utilizza tutta l’estensione della pagina (soprattutto per le immagini che possono sfruttare tutta la larghezza dello schermo) e si differenzia totalmente con il resto del sito d’origine (per averne un’idea ecco alcuni esempi).
Layout con scorrimento in parallasse (la speciale tecnica di “scrolling” mutuata dai video game nella quale le immagini in sottofondo si muovono più lentamente rispetto ai testi e/o altre immagini, per esser e più chiaro ecco una serie di lavori che utilizzano questa tecnica in ambiti non giornalistici).
Contenuti multimediali: oltre a testo ovviamente anche video/audio, foto e gallerie fotografiche, documenti, mappe e grafici possibilmente interattivi.

Quindi, comunque la pensiamo in merito a questo tipo di formato narrativo –ci sono due punti sui quali credo sia interessante riflettere:

Fattibilità e scalabilità: ovvero la capacità di realizzare progetti di questo tipo che possano essere “sostenibili” e replicabili con una certa continuità in una testata in modo che questi lavori non rappresentino semplicemente un reportage “da esposizione” realizzato una tantum ma qualcosa che – pur tenendo conto del tempo e delle risorse comunque necessarie a realizzarli – entri a pieno diritto nella routine del lavoro giornalistico, sapendosi evolvere e crescere.

Leggibilità: ovvero la capacità concreta di coinvolgere il lettore in un’esperienza che lo porti a utilizzare tutti i diversi strumenti messi a disposizione dal racconto (testo, immagini, video, interattività) invitandolo a penetrare e approfondire la lettura della storia nei suoi diversi snodi e non semplicemente a rimanerne ammirato e colpito dagli “effetti speciali”.

Certo, lo sappiamo, la tecnologia corre veloce: quello che in breve tempo ieri era complesso, oneroso e inaccessibile ai più diventa oggi (relativamente) semplice, disponibile e a costi molto bassi (fino allo zero) per chiunque voglia farne uso. Snow Fall per tutti insomma come scrive Mario Tedeschini Lalli in un suo pezzo dove elenca una serie di preziosissimi strumenti – come Scrollkit, Shorthand e molti altri – per costruire la propria multimedia storytelling qualunque sia il budget.

Ovviamente per realizzare un certo tipo di lavori continuano a servire competenze (e in molte aree distinte), tempo e risorse, ma se si hanno un po’ meno ambizioni e voglia di imparare con questi strumenti si possono comunque fare cose dignitosissime. È quindi logico pensare che questo tipo di competenze possano sempre più diffondersi rendendo, a livello produttivo, sempre più accessibili lavori tecnologicamente evoluti.

“NSA FILES: DECODED” IL PUNTO DI SVOLTA NsaFiles

Alcune cose importanti sul (possibile) futuro di questo “genere” di narrazione, ce le dice uno dei lavori più recenti e apprezzati: Nsa File: Decoded, il reportage pubblicato dal Guardian sull’impatto nell’opinione pubblica delle rivelazioni di Edward Snowden. Ne sottolineo un paio:

Come fa notare in un articolo Mario García (una vera autorità in materia) che ha scritto questo articolo entusiasta The Guardian: elevating multimedia storytelling: «il reportage del Guardian sui file NSA, mi dice qualcosa che è esattamente quello che cerco di enfatizzare nei miei laboratori di narrazione multimediale: fin dall’inizio la storia è vista come un lavoro digitale». Insomma il reportage  è “digital native” e non potrebbe essere replicato in nessun altro formato. «La cosa più importante per me nella narrazione multimediale è quella di scegliere la forma, il formato e la lunghezza che meglio racconta la storia» leggiamo ancora nel pezzo in una dichiarazione di Bob Sacha uno dei responsabili del progetto.

Un secondo elemento che lo caratterizza è il tema trattato. Negli altri lavori – da “Snow Fall” in poi – la scelta del soggetto del reportage è quasi sempre caduto su temi che guardavano al passato remoto e comunque “periferici” rispetto all’attualità della cronaca: vecchie imprese sportive, eventi “eroici” ormai dimenticati. Il “come” si narrava diventava, in quei casi, quasi più importante di “cosa” si stava narrando: ma nel lavoro del Guardian il tema affrontato è il fatto di cronaca più importante dell’anno, il primo (o uno dei primi) nell’agenda di tutte le maggiori testate giornalistiche.

È un punto di svolta: alla base di tutto c’è infatti una massa enorme dati e documenti, elementi che sembrano essere l’antitesi del materiale ideale (empatia, emozione) per una buon storytelling. Ma la sfida è proprio questa: far capire al lettore come e perché quella massa imponente di file siano importanti, anche per lui: “What the revelation mean for you” è significativamente il sottotitolo del reportage.

Insomma in questo caso si potrebbe quasi dire che sono le caratteristiche del soggetto ad aver “chiesto” un metodo di racconto più evoluto capace di raccontare la complessità rendendola chiara e interessante. Una serie di elementi che era difficile comunicare efficacemente in modo diverso, questo tipo di storytelling diventa “la” soluzione a un preciso problema narrativo e non semplicemente “una” delle opzioni.

Un altro aspetto da notare è il “peso” della parte di testo: in “Snow Fall” la parte scritta è circa di 16mila parole (divisa in sei capitoli) e nell’ultimo lavoro del New York Times “Invisible Child il testo dei cinque capitoli è complessivamente di circa 30mila parole ma invece in “Nsa File Decoded” si riduce a solo 4mila parole (per il solo testo principale).

Una scelta, quella dello staff multimediale del Guardian, che privilegia la narrazione per mezzo di contenuti grafici e video su quelli di testo quasi in antitesi con l’idea alla base di molti lavori di questo filone (ad esempio in “Snow Fall”) che invece mettono al centro il reportage “classico” prevalentemente testuale e poi lo arricchiscono con elementi multimediali e interattivi. Insomma due scuole di pensiero, due scelte stilistiche ben differenziate: nella prima si cerca di trovare un linguaggio “nativo” del web nel secondo si cerca di trasferire nell’online l’esperienza di lettura dei grandi magazine di carta.

L’ESEMPIO DI “SEA CHANGE”: IL REPORTAGE DIVENTA UN’APP seachange

Segnalo infine un altro lavoro molto apprezzato ma forse meno noto rispetto a quelli citati fino adesso: Sea Change del Seattle Times. È un reportage ambientale che tratta dell’acidificazione degli oceani e delle conseguenze che ne derivano per l’ambiente e per l’uomo. In parte finanziato dal Pulitzer Center (che ha permesso al team di girare per tutto il Pacifico per raccogliere dati, testimonianze e fotografie). Ne parlo perché mi sembra interessante principalmente per due motivi:

La struttura relativamente “semplice”, molto di più rispetto a “Snow Fall” e “Nsa Files: Decoded”, ma comunque efficace a dimostrazione si può lavorare anche con strutture meno complesse e ottenere comunque ottimi risultati. La scusa che questo tipo di lavori non può essere realizzato da molte redazioni perché troppo complessi è in molti casi, appunto, una scusa.

Il reportage non si conclude con un unico lavoroone shot”, ma è tenuto vivo in un unico “luogo” dove nel tempo vengono aggregati i vari aggiornamenti (nuovi elementi di testo, video, mappe o commenti dei lettori) che sono assemblati tra loro ma possono essere seguiti anche singolarmente. Una semplice barra in alto, niente di rivoluzionario ma molto efficace, ci segnala e aggrega gli “update”, i commenti, i video e le mappe. In questo modo ogni nuovo elemento che aggiorna il racconto può essere aggiunto e integrato senza “amnesie” (senza cioè dover ripartire daccapo ogni volta che si parla di quell’argomento).

È un aspetto che può aprire prospettive tutte nuove nel racconto giornalistico perché ad esempio, come fa notare ancora Mario Tedeschini Lalli nel suo blog  «i “racconti multimediali” escono dagli schemi classici del sito web. Sono probabilmente destinati a nuovi prodotti digitali, per esempio sotto forma di applicazioni». Un elemento interessante, molti reportage infatti trattano argomenti che non si esauriscono in poco tempo, ma continuano a crescere e aggiornarsi continuamente. La risposta può essere proprio quella di avere un unico luogo dove tenere assieme e in vita i diversi contenuti invece che disperderli in tanti articoli (messi insieme al massimo da qualche tag). Un nuovo modo di scrivere e pensare il reportage insomma. E se questo non è un modo per migliorare i giornali online mi sembra che ci vada davvero molto vicino.

bonus: ho realizzato una lista di lavori “alla Snow Fall” aggiornata ad oggi la trovate su questo link (Google docs) che ho riordinato, aggiornato e corretto avendo come base quest’altra lista realizzata da Bobbie Johnson (che ringrazio).

altre fonti e approfondimenti:

						

Raccontare storie con i dati. Ovvero come il giornalismo di precisione possa incontrare quello narrativo secondo Philip Meyer

precision_jpurnalismDa una parte la precisione dei dati, il rigore scientifico nel raccoglierli e verificarli, dall’altra il fascino di una trama narrativa che ti porta dentro una storia, il racconto soggettivo di una realtà da condividere con il lettore. Il diavolo e l’acqua santa, più o meno. Tra un Gay Talese (o un Tom Wolfe, o un Jimmy Breslin) e un Philip Meyer c’è sempre stato un abisso. Vero.

Giornalismo narrativo versus giornalismo di precisione. Ma le cose possono cambiare. E se i contesti mutano Philip Meyenon è tipo da non accorgersene (o di vedere in questo mutamento solo rischi e pericoli e non anche grandi opportunità). Così lui il padre riconosciuto del precision journalism, classe 1930, una delle grandi voci del giornalismo americano (un premio Pulitzer vinto nel 1968, assieme ad altri suoi colleghi, per un reportage sulle tensioni razziali a Detroit che ha fatto storia, autore di libri fondamentali come The Vanishing Newspaper) Meyer dicevo, ti sorprende ancora per la capacità di dare come pochi altri una visione lucida sui cambiamenti e l’evoluzione del giornalismo. E magari di rivedere, a 80 anni suonati, anche le proprie idee.

Leggetevi ad esempio un suo splendido speech di qualche tempo fa (ottobre 2011) alla Medienhaus di Vienna – per la trascrizione, siamo sulle 27mila battute, dobbiamo ringraziare quelli della Nieman Report, e ha davvero valore leggerselo tutto, credetemi – dove una gran parte il “nemico” del narrative journalism la dedica proprio al possibile e assolutamente auspicabile incontro delle due “scuole” di giornalismo americano, quello narrativo e quello di precisione, appunto. Cambiano i contesti, l’accesso ai dati, e il rapporto con il lettore: la “precisione” da sola probabilmente non basta. C’è bisogno di storie che sappiano elaborare e condividere i dati sui quali, quella precisione, si basa.

Sono passi molto interessanti anche perché oggi il giornalismo dei dati (che di quello di precisione è figlio diretto) è molto spesso legato alle infografiche e alla visualizzazione interattive e molto meno allo storytelling. Anche il Data Journalism Handbook, il manuale del giornalismo dei dati nella sua edizione online dedica una sezione al tema (curata dal giornalista Martin Rosenbaum della BBC) ma, mi sembra, più come auspicio, di una strada possibile e ancora da percorrere.

L’unione tra data journalism e storytelling è ancora tutta da scrivere, per questo ho tradotto alcuni passaggi dell’intervento di Meyer proprio su questo aspetto, perché rileggerlo mi sembra un ottimo modo di tornare sull’argomento.

Entrambi i generi, giornalismo narrativo e giornalismo di precisione, sono generi speciali che richiedono competenze speciali. Se volessimo fonderli assieme come dovremmo chiamarli ? A me piace il termine “evidence-based narrative” narrativa basata su prove. Implica una buona narrazione basata su prove verificabili.

Sì, sarebbe una specialità esoterica. Ma io credo che esista un mercato per svilupparla. Il mercato delle informazioni ci sta inesorabilmente spostando verso una specializzazione sempre maggiore.

Ma un ambiente che premia la specializzazione non deve essere limitato da questioni inerenti la mera specializzazione. Deve saper costruire una specialità basata sulla metodologia.

Questo è il motivo per cui non è così folle sognare un giornalismo “evidence-based”, che coniughi precisione e narrativa, potrebbe soddisfare la necessità di una selezione dal flusso eterno dei dati e di un’interpretazione affidabile della verità. […]

La necessità di sistemi che sappiano sintetizzare ed elaborare i dati in una conoscenza condivisa, prevedo, diventerà sempre più importante. Il dato non elaborato è indistinguibile dal rumore di fondo. E come aumenterà il flusso incessante di dati, così aumenterà anche la domanda di soggetti e metodologie migliori che sappiano elaborarlo. […]

Philip Meyer

Philip Meyer

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Twitter, il flusso incessante di dati e la necessità di verificarli, il crowdsourcing, Meyer è ben consapevole che nuovi contesti impongono anche nuovi modi di pensare all’organizzazione del lavoro giornalistico, una “evoluzione” della redazione con nuove competenze.

La “folla”, le persone, possono studiare attentamente documenti scaricati dalla rete e i giornalisti possono trovarne la fonti all’interno delle agenzie per descriverne il significato o rivelare quali documenti sono stati resi disponibili. I cittadini sono grado di inviare con Twitter aggiornamenti dalla scena dove sta avvenendo un fatto, e i giornalisti possono cercare i modelli per determinare quali tweet possono essere di parte o fraudolenti.

Può essere. Ma non credo che sarà così semplice. I modelli non saranno sempre così evidenti. Maggiori competenze analitiche e narrative saranno necessarie. Non potrà succedere spesso che queste due abilità di analisi e narrazione, possano essere sempre combinate in un solo giornalista, quindi avremo bisogno di più team di reporter e di editori in grado di assumere e gestire il talento necessario. In altre parole, i vecchi media dovranno cambiare. […]

Abbiamo bisogno di nuove istituzioni per creare nuove forme di comunicazione, nuovi media che consentano di distinguere la verità dal balbettio rumoroso e richiamare l’attenzione per la loro affidabilità e comprensione. Giornalismo narrativo combinato con giornalismo di precisione potrebbe fare questo lavoro. Cominciamo.

Materiali:

Precision Journalism and Narrative Journalism: Toward a Unified Field Theory (Nieman Reports)

Narrazione e prove: il good journalism di Meyer (Data Journalism Crew)

La battaglia dei fatti e il falso equilibrio. Il Fact checking cambierà la cronaca politica?

Mentre il fact checking in Italia finalmente sta muovendo i suoi primi, timidi, passi in America nei mesi scorsi, proprio mentre la corsa alle presidenziali si infiammava e i faccia a faccia Obama-Romney venivano analizzati parola per parola, alcuni giornalisti hanno sollevato qualche perplessità sul meccanismo che ha lo ha portato ad essere, negli Stati Uniti, un fenomeno giornalistico di grande successo molto seguito e richiesto dai lettori.

L’accurata verifica dei fatti – perché questo è il fact checking – in realtà dovrebbe essere una delle condizioni necessarie a definire “giornalismo” un articolo o un qualsiasi altro lavoro (perché se viene fatta è giornalismo, se no stiamo parlando di qualcos’altro…). Nonostante questo è indubbio che i siti dedicati al fact checking, come Politicfact e FactChecker.org o il lavoro del Washington Post siano entrati nel giornalismo americano – di solito molto (troppo) attento alla “misura” – come aria fresca portando qualcosa che prima non c’era (almeno nel format) e  rispondendo a una richiesta che era sempre più pressante da parte dei lettori.

La fortuna di questi lavori è dovuta anche al fatto di essere caratterizzati da una grafica che traduce in maniera diretta e molto efficace il livello di credibilità e onestà dei politici relativo alle loro dichiarazioni. Il rating (più o meno alto a secondo di quanto è grossa la menzogna) viene visualizzato in maniera evidente con un pinocchio dal naso più o meno lungo o un manometro che indica un valore preciso. Insomma non c’è da leggere tra le righe o ponderare tutte le sfumature arabescate di un editoriale che dice e non dice: le affermazioni del tale leader si beccano quattro pinocchi su cinque, il manometro prende fuoco e appare la scritta “pants on fire!”, bene vuol dire che ha mentito alla grande.

Ma come dicevo, qualcuno in questi mesi ha sollevato dei seri dubbi sul fatto che questa pratica giornalistica stia portando realmente un innalzamento qualitativo del dibattito. E se tra gli scettici ci sono anche firme autorevoli del giornalismo americano – e non solo zelanti spin doctor imbufaliti dalla bocciatura subita dal proprio datore di lavoro – ha sicuramente valore seguire la diatriba e il suo evolversi.

Una delle voci levate con più forza è quella di Clive Crook senior editor di Atlantic ed editorialista per Bloomberg, che in questi mesi ha scritto alcuni articoli molto piccati contro il fact checking, poi ha smorzando leggermente i toni, restando però fermo sulle proprie opinioni:

«Focalizzarsi solo su slogan e la retorica delle dichiarazioni è una distrazione. Chi se ne frega se una dichiarazioni di Romney sul piano sanitario o la replica di Obama si beccano tre o quattro pinocchi? Quello che dovremmo fare è discutere su che cosa c’è di buono o di cattivo in quel piano sanitario, come migliorarlo ed eventualmente con cosa sostituirlo, e non ossessionarci sull’”onesta” della retorica di una o dell’altra parte. I politici mentono. E sai che sorpresa!».

E ancora:

«Questa moda per il fact checking è ben lontana dall’elevare il livello del dibattito in questo Paese, come presumibilmente era stata pensata, in realtà lo sta guidando verso una nuova forma di infantilismo. Come fanno i factchecker a ottenere le loro pageview? Etichettando come illegittime le affermazioni di una o dell’altra parte politica. Invece di affermare “si sta sbagliando, ed ecco il perché” alimentano un appetito delle persone che non hanno bisogno di essere arrabbiate e irrazionali. Adesso possono dire, come un bambino petulante “biugiardo, bugiardo, ti sta crescendo il naso!”».

Insomma – dice Crook – il fact checking, a dispetto delle buone intenzioni che lo hanno generato, sta diventando un giochino divertente e facile da “viralizzare” sui blog e i social network. I lettori si indignano, postano su Facebook o su Twitter il link a un articolo dove si dice che il livello di menzogna di un’affermazione di Romney è di 3,8 punti su 5, mentre quello di Obama è di 3,4. Ok, tutto bello, ma se tutto finisce lì chiediamoci: quanto realmente aiuta i cittadini a capire e approfondire, nella loro sostanza, i temi dibattuti negli scenari politici?

Il rischio insomma è quello di non approfondire davvero le questioni importanti, ma di rimanere alla fine imprigionati nella ragnatela delle infinite dichiarazioni, repliche e controrepliche di una classe politica comunque autoreferenziale. E Peter Hart, direttore del Fair (Fairness e accuracy in media), esprime ulteriori perplessità, ad esempio in questo articolo:

«Uno dei più comuni problemi con il media fact checking è la necessità di essere sempre e comunque bilanciati, senza porsi il problema di dove stia davvero la verità».

Addirittura secondo Hart il fact checking rappresenta niente altro che una nuova forma di quel “falso equilibrio” che spesso ha ingessato il giornalismo in America (e non solo laggiù, ovviamente) in un’ostentazione di obiettività dal vago sapore ipocrita. Hart se la prende in particolare con un articolo del Time dove in sostanza le affermazioni di Romney e Obama vengono prese con lo stesso criterio: le menzogne del primo sono sfacciatamente grossolane – scrivono al Time – ma quelle del secondo, così estremamente raffinate, sanno avvicinarsi più alla realtà e per questo risultano più efficaci.”Capito?” dice Hart “Obama mente perché le sue bugie sono più accurate!”. Ecco un altro equilibrismo dialettico per non esporsi e prendersi la responsabilità di chiamare le cose con il loro nome e dire chi mente di più, per non fare reali distinzioni tra categorie diverse, scrive in sostanza Hart.

Michael Scherer editor al Times e factchecker convinto della bontà dell’impostazione del suo lavoro, chiamato direttamente in causa ha risposto però a Peter Hart  in un lungo e articolato pezzo Fact Checking And the False Equivalence Dilemma  dicendo in sostanza che: mi piacerebbe poter avere un metodo scientifico per dire che Romney mente di più di Obama, o viceversa, ma questo sistema non esiste. Da giornalista però posso rilevare il grado di affidabilità delle loro affermazioni e mettere in evidenza le loro menzogne:

«In questo modo i cittadini che voteranno saranno più informati su quello che attualmente accade, il ché contribuisce a rendere più efficiente una democrazia. Potrà inoltre essere aumentato quello che gli analisti politici chiamano ‘costo della reputazione’ per i politici che mentono. In un mondo perfetto il costo dovrebbe essere più alto per la parte che mente di più. Ne consegue che la stampa così dovrebbe mettere in evidenza chi  peggio».

A questo punto è lecito chiedersi: grazie al fact checking il giornalismo politico è cambiato? Che poi è la domanda che poneva qualche tempo fa Mathew Ingram su GigaOm, nel suo pezzo. Consiglio vivamente di leggere l’articolo di Ingram ma la sua conclusione è davvero molto efficace:

«Abbiamo bisogno di più fonti che siano capaci di chiamare bugia una bugia – come blog e fonti alternative come Reddit si sono dimostrati bravi a fare – e media più tradizionali che siano capaci di mettere la testa fuori dalla propria redazione».

Ecco, alla fine il giornalismo politico non potrà essere davvero diverso e rispondere alle nuove esigenze di cittadini e lettori se non saprà guardare fuori di se stesso e mutare molti dei suoi paradigmi. Così probabilmente le analisi più interessanti sull’argomento le ha scritte Dan Conover, giornalista e blogger fuori dagli schemi. Conover invita i fact checker a concentrarsi sui programmi, sulla loro coerenza e la loro consistenza e non sulle singole affermazioni, perché così si perde inevitabilmente il quadro di insieme. Ma è difficile estrapolare e scegliere una sola frase perché di analisi e riflessioni significative Conover ne ha scritte parecchie (leggetevi Our fact-checking dilemma: What could journalists do right now? o Why Fact Checkers fail), certo che questo passaggio è perfetto per chiudere (per adesso) il quadro:

«Ciò che noi chiamiamo “fact checking” è semplicemente il giornalismo tradizionale vestito con una trovata moderna. PoliFact e Glenn Kessler sul Washington Post non stanno facendo niente che non poteva essere fatto in un normale reportage. Che adesso noi si collochi “fact” in una categoria separata dallo standard di riferimento della cronaca politica è la testimonianza che un sistema sì è guastato, e che questo non lo sta cambiando. Oggi i fact checker devono operare all’interno degli stessi limiti che mi tormentavano negli anni Novanta e Duemila, e nessun aggiustamento di rotta potrà salvarli».

Troppo pessimista?, e in Italia quale potrebbe essere lo scenario per la cronaca politica una volta che il fact check prenderà campo?

Fonti, approfondimenti e materiali: Fact-Checking: A Clarification (Clive Crook – The Atlantic)

Time: Obama’s Lies Are Worse Because They’re More Accurate (Fair blog)

Fact-checking politics: Why we need “open journalism” more than ever (GigaOm)

gli articoli con tag Fact Checking della rivista Atlantic e quelli del Time

il falso equilibrio nel giornalismo e la linea editoriale (bella analisi di Luca Alagna nel suo blog Stilografico)

Fact checking e elezioni USA: chi è il bugiardo? (Unimondo)

La scorciatoia dei somari e le quattro tipologie di scoop

“Se qualcuno di voi vorrà fare questo mestiere, sfuggite alla tentazione dello scoop! Ricordate che esso è la scorciatoia dei somari. Consente di arrivare prima, ma male”. È una delle tante raccomandazioni che Montanelli nella sua ultima lezione pubblica di giornalismo dava agli studenti dell’università di Torino che lo ascoltavano.

Il giudizio tranchant di uno dei maestri del giornalismo nostrano è assolutamente memorabile. E se un po’ di cose sono cambiate nel modo di fare giornalismo da allora (era il 1997, quindi eoni fa per quello che è successo nel decennio successivo…), probabilmente molto poco dovrebbe  essere comunque mutato nel modo e nell’essenza del fare buon giornalismo.
Certo oggi ci si può ancora più  interrogare, ad esempio, sul reale senso dello scoop quando il ciclo di vita delle notizie – sempre meno legato alla cadenza quotidiana del “vecchio” giornale – corre ormai 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Che valore ha, concretamente, arrivare per primi? Quale reale vantaggio comporta per il lettore? E soprattutto, a quale prezzo delle buone regole del giornalismo (accuratezza, precisione, verifica delle fonti…) sempre più “vittime sacrificali” sull’altare del ci-sono-arrivato-per-primo-io.

Forse per questo, nel contesto del nuovo ecosistema dell’informazione probabilmente ha molto più valore riaffermare, per il giornalismo, un valore come la tempestività (nel suo significato letterale: che si realizza nel tempo giusto, a tempo debito, in ordine quindi agli altri elementi della buon giornalismo) che non la semplice rapidità, magari inseguita solo dalla smania del primato, con la quale non dovrebbe aver niente a spartire.

Su questo  è assolutamente condivisibile chi ha fatto rilevare come, difronte a eventi eclatanti spesso si chieda – giustamente – al giornalismo di coprire la notizia con accuratezza e completezza, salvo poi vedere nella capacità delle nuove piattaforme di esserci prima (anche se con un livello di precisione e meticolosità inevitabilmente figlio dell’immediatezza) come una sua irrimediabile sconfitta. Che poi l’informazione “mainstream” (quella su carta, ma anche quella digitale) spesso ci arrivi dopo e male è, oggettivamente, un problema…

Jay Rosen, autorevolissima firma per diverse testate (dal New York Times ad  Harper’s) e insegnante di giornalismo alla New York University, in una nota recente Four Types of Scoops propone quattro diverse tipologie di scoop. Una lettura che consiglio per gli approcci diversi che Rosen descrive e anche per la buona dose di ironia che il buon Jay ci mette.

Ecco comunque la sintesi in italiano che ne ho fatto:

1. Lo scoop impresa. (Nel senso ovviamente di raggiungimento di un grande obiettivo), ovvero quando la notizia non sarebbe mai venuta fuori senza il lavoro intraprendente del giornalista che l’ha scovata. Un classico esempio è la notizia sulle prigioni segrete gestite dalla Cia nelle quali venivano detenute persone sospettate di terrorismo. La storia è venuta fuori grazie al lavoro di Dana Priest (qui trovate la storia in italiano). E se non lo avesse fatto, di quella faccenda non avremmo mai saputo un bel niente. Tutto il merito dovrebbe andare a lei, e quando gli altri ne parlano dovrebbero sempre dire: “Come riportato per prima da Dana Priest del Washington Post …” E se non lo fanno, fanculo! Questo è il significato classico di “scoop”. È il più importante, il più valido, il più utile … e, naturalmente, il più raro. Dobbiamo essere grati ai giornalisti che lo mettono in luce.

2. Lo scoop ego. All’estremo opposto di uno scoop impresa c’è lo scoop ego. Qui la notizia sarebbe venuta fuori comunque – spesso perché in parte già annunciata – ma qualche giornalista si porta avanti e riesce ad arrivare per primo. Al lettore non cambia di una virgola il fatto di chi lo abbia raccontato per primo. Questo tipo di scoop è essenzialmente privo di significato, ma provate a dire al reporter come si sente a essere stato il primo. I giornalisti che fanno lo scoop ego sono impegnati in una competizione che non ha nulla a che fare con il giornalismo inteso come servizio pubblico, ma solo con il privilegio di potersene vantare. Sentitevi liberi di prenderli in giro.

3. Lo scoop finanziario. Questa è la categoria più ambigua. Siamo in sua presenza in situazioni nelle quali la domanda “chi ha raccontato per primo la notizia ?” seppure quasi del tutto irrilevante per il grande pubblico, può invece essere di grande valore per una particolare categoria di lettori, ad esempio per chi opera in Borsa. In questo contesto apprendere una notizia di un certo genere qualche minuto o addirittura qualche secondo prima può fare una grande differenza. Il giornalista che riesce a farlo può essere di grande utilità per un investitore di borsa (e di nessuna per la stragrande maggioranza degli altri lettori). Quindi se siete un trader, assicuratevi di seguire questi giornalisti. Se non lo siete, sentitevi liberi di ignorarli.

 4. Lo scoop intuizione. È lo scoop intellettuale, il più sottostimato: sono le storie che fanno emergere nuove intuizioni e letture della realtà, che coniano nuovi termini, definiscono tendenze, riescono a cogliere e farci comprendere – prima di chiunque altro – qualcosa che sta succedendo. “Quando gli elementi di una storia sono sotto gli occhi di tutti ma sei tu il primo che riesce a collegarli in modo significativo e convincente, puoi dire di aver fatto davvero qualcosa” – ricorda Rosen citando  un capo redattore del New York Times che descriveva questo tipo di reportage che può essere chiamato anche scoop concettuale. Un esempio? Broken Windows, un articolo della rivista Atlantic che ha fatto emergere i legami tra metodologie di sorveglianza e livelli di criminalità nelle città degli Stati Uniti. Consiglio: sentitevi liberi di ammirare coloro che sono capaci di tali prodezze.

Esplorare le fonti: come gli strumenti digitali cambiano il racconto giornalistico

Sessantaquattro documenti con oltre 500 annotazioni: per il reporter Marshall Allen, sono stati la base sulla quale ha poggiato tutto il suo lavoro per realizzare l‘inchiesta giornalistica sulla battaglia che una donna ha dovuto combattere contro un ospedale del Texas per conoscere le reali cause della morte del proprio marito. ProPublica, la pluripremiata testata online per la quale Allen lavora, ha deciso di pubblicare l’intera documentazione a corredo del reportage, dando la possibilità ai lettori di accedervi in modo semplice e diretto. Il nuovo servizio messo a disposizione è stato battezzato “Explore Sources” e utilizza una piattaforma opensource molto conosciuta nelle redazioni americane DocumentCloud che permette la condivisione, l’editing, l’analisi e la pubblicazione di documenti da fonti primarie.

Adesso il lettore può scegliere se leggere il testo del reportage in modo “tradizionale” oppure esplorarlo nella modalità “estesa”. Nel secondo caso basterà semplicemente cliccare sul bottone posto a inizio del testo che attiva il nuovo servizio e si evidenzieranno così in giallo alcune frasi, scorrendo sopra con il mouse sarà facile poi consultare la fonte originaria o le annotazione del reporter relative a quel determinato passaggio.

Explore sources per il momento è solo un esperimento, ma a ProPublica pensano che questa metodologia di lavoro potrebbe essere estesa e sviluppata “non vediamo l’ora di trovare nuovi modi di usarlo per rendere il nostro processo di reporting più trasparente e responsabile, e quando sarà possibile renderemo il codice open source in modo che anche altre redazioni possano mostrare il loro lavoro”.

Fino ad oggi DocumentCloud era stato pensato e utilizzato principalmente ad uso di giornalisti (nel senso più esteso del termine) e come ottimo strumento per fact checker. L’idea di mettere questa piattaforma a servizio del lettore per documentare non solo il testo del reportage vero e proprio ma anche tutto quello che c’è prima (il pre-testo, letteralmente), il “dietro le quinte” come dicono da ProPublica, è davvero molto interessante e testimonia come la cultura digitale possa cambiare (stia cambiando) anche l’idea stessa di testo giornalistico. Normalmente dell’intero processo produttivo/creativo che parte da quella mole di documenti e appunti – se il lavoro è stato fatto come si deve, ovviamente – i lettori ne conoscono solo la sintesi finale. Il racconto che grazie alla capacità di scrittura, al mestiere, il cronista restituisce al lettore in forma di storia. Adesso però i nuovi strumenti digitali forniscono ulteriori possibilità, nuove prospettive.

Mario Tedeschini Lalli con la sensibilità che lo contraddistingue in un suo articolo di qualche settimana fa, in merito al giornalismo dei dati coglie un asaspetto molto importante riguardo al modo come, fino ad oggi, nel giornalismo si sono trattate le storie:

C’è una storica ritrosia alla “trasparenza”. Il cronista, l’inviato, il giornalista in genere pensa di dovere al lettore/spettatore/utente solo il distillato finale delle sue indagini: l’articolo, il servizio audio o video, magari corredati di tabelle esemplificative. Non immagina la possibilità di fornire contestualmente al lettore anche TUTTI i dati grezzi sulla base dei quali è giunto a quelle conclusioni. Ma è proprio questo che fa il Guardian nel suo celebrato DataBlog: non solo fornisce, analizza e interpreta i dati pubblici, ma fornisce in formato scaricabile e riutilizzabile anche i dati raccolti direttamente dai giornalisti e che sono alla base delle loro inchieste. C’è rischio di essere smentiti e contraddetti da lettori/utenti, da avversari e concorrenti? Si, è una delle regole del nuovo universo digitale.

È questo il nuovo approccio di un giornalismo che guarda alla cultura open e ai valori sui quali questa si poggia – trasparenza, collaborazione e partecipazione – per riconquistare credibilità e fiducia da parte dei lettori, che poi è un elemento essenziale per ridare ossigeno a questa professione, non  certo in misura minore del trovare nuovi modelli economici nei quali tanti si affannano. Per questo è probabilmente sbagliato riferirci sempre a questi nuovi approcci soltanto come al “futuro del giornalismo”, è necessario, pensarli sempre più come il presente. E anche con una certa urgenza.

La pagina del reportage di ProPublica coì come appare con la funzionalità "Explore source"

Fonti e approfondimenti:

Un ottimo tutorial su DocumentCloud lo ha realizzato Guido Romeo per la Fondazione <aref lo trovate  qui  

ProPublica makes it easier to see sources behind a story (Poynter)

DocumentCloud cambia la vita del giornalista (EJO)

Data journalism: raccogliere, verificare e comunicare le informazioni in rete

Raccogliere e contestualizzare dati per scrivere un reportage non rappresenta certo una novità assoluta nel giornalismo. L’analisi seria e approfondita di numeri, cifre e percentuali è da sempre la base della gran parte della buona informazione che si basa sui fatti e non sulle chiacchiere. La continua evoluzione degli strumenti digitali moltiplica, di giorno in giorno, le possibilità e le potenzialità dell’elaborazione delle informazioni a disposizione di una redazione. La cultura dell’open-data, i media sociali e la possibilità di condivisione di informazioni stanno ulteriormente accelerando, in questi ultimi anni,  l’evoluzione del data journalism, il giornalismo investigativo che utilizza l’enorme quantità di dati reperibili in rete. Nasce però una questione: come organizzare, selezionare e verificare questa quantità di dati a nostra disposizione? E soprattutto: quali strategie deve adottare il giornalista per “restituire” ai lettori i dati raccolti, rendendoli leggibili, interessanti e coinvolgenti? Paul Bradshaw esperto di giornalismo online che ha fatto del data journalism il tratto distintivo del proprio lavoro, si dedica da tempo nel divulgare la cultura digitale nella pratica giornalistica. Nel suo blog di approfondimenti sul data journalism se ne trovano parecchi, sempre molto interessanti. Recentemente Paul è tornato proprio sull’argomento con due post che aggiornano e fanno nuovamente il punto sui processi alla base del giornalismo data-driven. Anche stavolta una lettura ricca di spunti. Giocando sul fatto che la principale attività del giornalista nell’elaborare i dati sia quello della “sottrazione” – partiamo da un’ampia quantità di informazioni per focalizzarci con sempre maggiore attenzione nella sintesi di quello che realmente ha valore comunicare – Bradshaw ha realizzato questo grafico che ha chiamato la piramide rovesciata del data journalism.

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La storia delle cose (elettroniche)

Annie Leonard è una attivista sociale che da venti anni si occupa di far emergere le storture del sistema economico-produttivo delle grandi industrie a danno dell’ambiente, della nostra salute e dell’equità sociale. Lo racconta sul web, sul sito The Story of Stuff (molto conosciuto, tra i frequentatori della rete, anche qui da noi in Italia) divenuto presto una case history sulla capacità nel diffondere sul web idee e notizie facendo sana contro-informazione. A marzo di quest’anno il progetto è diventato anche un libro.

The Story of Electronics è la “puntata” più recente del progetto, pubblicata online qualche giorno fa, come al solito in collaborazione con il Free Range Studios per le parti animate  e di grafica visuale.  Il tema è quello dei rifiuti derivati dalla tecnologia e dai prodotti elettronici di largo consumo,  e soprattutto, dalla logica delle grandi industrie interessate unicamente a creare nuovi gadget – costruiti spesso con  materiali nocivi alla nostra salute – da consumare in fretta e altrettanto in fretta trasformare in pericolosa spazzatura elettronica.

Il lavoro ha le qualità del miglior giornalismo di divulgazione: accuratezza – la Leonard indaga da anni sul tema andando sul posto, ad esempio in Africa o in Asia nelle discariche dove gli e-waste tossici vengono maneggiati senza alcuna precauzione -, capacità di semplificare temi complessi e chiarezza nell’esporli senza però mai renderli banali o superficiali. Il coraggio che dimostra nel dire quello che le grandi industrie mai vorrebbero che si dicesse, ce la rende decisamente molto simpatica, il fatto che lo faccia senza sentire la necessità di ricorrere continuamente a slogan, ancora di più.

Perchè il mondo ha bisogno di Wikileaks


A una decina di giorni dalla pubblicazione on line delle 92mila pagine riguardanti documenti riservati sull’intervento americano in Afghanistan, continuano a susseguirsi – come era facile prevedere – articoli, editoriali e servizi dei media di tutto il mondo sull’operazione messa a segno da Wikileaks. Non è certo la prima volta né che il portale faccia emergere importanti documenti segreti (cito i primi esempi che mi vengono in mente tra i tanti: quelli relativi alla gestione del campo di Guantanamo, o più recentemente quelli sull’uccisione di civili a Bagdad) né che dal Pentagono  ‘fuggano’ documenti riservati (in molti hanno ricordato lo scoop dei “Pentagon Papers” fatti trapelare da Daniel Ellsberg al New York Times nel 1971 durante la guerra del Vietnam), ma l’impatto che queste ultime rivelazioni hanno avuto sull’opinione pubblica, segna probabilmente un “prima” e un “dopo” e sotto molti aspetti: nei rapporti tra giornalisti e fonti, nella consapevolezza delle potenzialità delle nuove tecnologie nel nuovo ecosistema delle notizie e  più in generale sul rapporto tre potere e informazione.

Mi ero proposto di fare una sorta di rassegna stampa delle riflessioni che mi sembravano più interessanti, ma visto che il dibattito sulla pubblicazione dei “Afghan War Diary” è ancora tutto in divenire (anche oggi, ad esempio, è on line un interessante editoriale di Jonathan Zittrain) mi sembra più opportuno segnalare questo video registrato circa un mese fa (ad inizio di luglio) durante il TED che si è svolto in Inghilterra a Oxford, nel quale Chris Anderson  (il curatore di TED, non l’omonimo autore del famoso “The Long Tail” e direttore di Wired Usa…) intervista Julian Assange “mente” e portavoce di Wikileaks. L’intervista fatta un paio di settimane prima delle rivelazioni sulla guerra in Afghanistan è molto interessante per farsi un’idea delle modalità di lavoro dell’organizzazione e le motivazioni personali di Julian Assange.


È possibile vedere il video sottotitolato in italiano anche cliccando qui (grazie a Federica Bonaldi e Franco Sacchi che fanno parte di un nutrito gruppo di volontari che sul sito di TED sta traducendo, anche nella nostra lingua, un bel po’ di materiale).

ExtraMedia: racconto in movimento dell’Italia al tempo della crisi

Ho più volte segnalato su questo blog progetti che uniscono freelance con diverse professionalità (giornalisti, videomaker, scrittori, fotoreporter…) accomunati dalla volontà di raccontare quelle storie che spesso vengono lasciate ai margini della cronaca, utilizzando il web non come semplice ‘contenitore’ ma come luogo d’incontro e connessione tra diversi linguaggi. Mi ha fatto particolarmente piacere scoprire che anche in Italia si sta muovendo qualcosa in questa direzione. In questi giorni l’Espresso ha messo online un bel reportage Nel paese che muore d’amianto (su una discarica di Eternit in Basilicata): lo ha realizzato Andrea Milluzzi che fa parte di un collettivo Extra Media che, appunto, sta portando avanti un progetto che unisce la voglia di raccontare la realtà sociale del nostro Paese e la consapevolezza di dover utilizzare tutte le diverse risorse che oggi le i nuovi media mettono a disposizione.

Lo segnalo molto volentieri, oltre che per la sua ottima qualità, anche perché è un ulteriore sintomo di vitalità, nonostante tutto e pur tra mille difficoltà, che il mondo dell’informazione sta dando anche da noi. Il fatto che anche una grande testata se ne sia accorta e ne abbia dato spazio non può che far piacere.

Siamo giornalisti, fotografi e scrittori e non abbiamo le risposte. D’altra parte questo gruppo di lavoro non nasce per dare risposte ma per porre nuove domande. Viaggiamo in  camper, una redazione mobile con cui aggiornare il più rapidamente possibile questo blog. Abbiamo pochi mezzi, ma un’idea molto forte di una nuova forma di  realismo digitale, o almeno così noi lo chiamiamo. Testi, foto e micro documentari. Stiamo girando il Paese alla ricerca di storie, di “casi”, per fare di questo viaggio un racconto unico, un ritratto in movimento dell’Italia al tempo della crisi.

Approfondimenti:

Extra Media

Nel paese che muore d’amianto (il reportage pubblicato dall’Espresso)

Pagina Twitter e quella di Facebook di ExtraMedia

America in 5: affrettati lentamente a raccontare

Negli anni ’30 del secolo scorso, durante la Grande Depressione negli Stati Uniti grazie al Federal Writer’s Project, un fondo finanziato dal governo, un nutrito gruppo di scrittori, (tra i quali nomi del calibro di Ralph Ellison, Saul Below, John Cheever, John Steinbeck),  percorse in lungo e largo l’America sconvolta dalla crisi, per far emergere le storie delle persone che vivevano quel dramma. L’intento, oltre che dare lavoro ai molti scrittori e giornalisti disoccupati (paga mensile di allora 80 dollari), era quello di raccontare un periodo cruciale per il futuro del Paese e soprattutto restituire alla memoria collettiva quelle storie normalmente dimenticate dai Big Media.

Oggi un gruppo di professionisti proveniente da diverse esperienze (giornalismo, narrativa, documentario, animazione, musica) coordinati dalla reporter Sarah Stuteville e dal filmaker Morgan Dusatko ha appena dato vita a un progetto America In 5 che in parte si ispira proprio a quel programma. L’obiettivo è quello di raccontare un anno, il 2010, attraverso le testimonianze dei protagonisti dimenticati di un società travolta da una crisi finanziaria ed economica che in molti hanno paragonato a quella del ’29.

America In 5 è un progetto che unisce arte, documentario, giornalismo e nuovi media (…) è un’esplorazione delle storie che normalmente non vengono raccontate e realizzata usando gli strumenti messi a disposizione dai media di nuova generazione. Durante il corso di quest’anno, alcuni media makersviaggeranno attraverso il paese producendo una storia a settimana su diversi media. Ogni giorno, una storia di massimo 5 minuti sarà realizzata e messa online su americainfive.org oltre che distribuita attraverso vari supporti: mobile, feed reader e inbox. (dalla presentazione sul sito del progetto)

Il progetto è sostenuto dall’ University of Washington’s Department of Communication, dal  Common Language ProjectThe Last Quest, ma i responsabili del progetto hanno bisogno di altri finanziamenti e per questo hanno fatto partire una raccolta di fondi tramite il loro sito.

Il video “Joy” Pilot story presentata lo scorso 14 aprile

The story of one family’s search for shelter. Pilot story for the upcoming national online storytelling corps America in 5 (www.AmericaIn5.org). This video was produced in seven days by a team of Seattle-based storytellers including a comic artist, an audio producer, a journalist and a filmmaker.

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