Il giornalismo delle cinque “C” e qualche sfida aperta per l’informazione digitale

change«Per il giornalismo il percorso verso il digitale non rappresenta solo un “upgrade”, un semplice aggiornamento tecnologico, ma una trasformazione completa nel suo stesso modo di essere concepito e realizzato»: traduco così il bel titolo di un articolo firmato Mathew Ingram che parla del lungo elogio dell’open journalism che Katharine Viner del Guardian ha fatto recentemente in un suo speech.

La frase/titolo è perfetta per sintetizzare anche un approccio (una filosofia) che può ben rappresentare il lavoro che molti stanno facendo nel campo giornalistico in questo periodo di transizione (al Guardian ma non solo ovviamente).

C’è insomma chi pensa che questo passaggio non si possa realizzare “semplicemente” con una ottimizzazione (o poco più) di quello che fino ad oggi è stato fatto per adattarlo poi ai nuovi formati. C’è chi ribadisce che in questa transizione, già ampiamente in atto peraltro, sia necessario fare molto di più, rimettere in gioco quasi tutto e ripensare molti dei parametri con i quali si è fatto giornalismo fino ad oggi: approcci, idee, attori coinvolti, non ultimo lo stesso processo produttivo.

Ovvero come dice la stessa Viner in un passaggio fondamentale del suo intervento The rise of the reader: journalism in the age of the open web:

«Digitale non vuol dire adeguare il tuo articolo al web. Si tratta fondamentalmente di ridisegnare la relazione tra noi giornalisti e il nostro pubblico, cosa pensiamo dei nostri lettori, come percepiamo il nostro ruolo nella società, il nostro status».

Quindi la transizione non si realizza soltanto passando dal formato carta a quello digitale, perché l’utilizzo delle piattaforme digitali non può significare fare “più o meno” le stesse cose che sempre fatto e alla fine del processo premere il bottone “online” invece di quello “stampa”. Il digitale non è quindi, di per sé, nemmeno indice di reale cambiamento perché c’è ancora molta difficoltà nell’immaginarsi qualcosa di diverso e gli “oggetti” con i quali ci si misura oggi nel web spesso sono sempre gli stessi: l’articolo tradizionale, l’inseguimento delle breaking news dando voce sempre alle stesse fonti. Eppure i nuovi formati dovrebbero essere (anche) una straordinaria occasione per raccontare storie diverse con modalità diverse.

E non è detto che nel ripensare debba essere buttato via tutto. Anzi. Molto esperienze ci dicono che proprio questo approccio è un ottima occasione per i giornali per riappropriarsi di cose (molto importanti) perse per strada in questi ultimi anni: ad esempio il rapporto più stretto e proficuo con i propri lettori. Da noi in Italia su questo argomento ne ha scritto spesso e bene Mario Tedeschini Lalli, rimando alla lettura in particolare del suo articolo: Il digitale è una cultura, non una tecnica: il giornalismo e le dieci leggi dell’universo digitale.

CINQUE SFIDE PER IL GIORNALISMO DIGITALE

Qualche settimana fa ho salvato nel mio deliciuos questo articolo che Josh Sterns ha postato nel suo blog Groundswell, sempre molto interessante da seguire: From Journalism’s Five W’s to Journalism’s Five C’s , dal giornalismo delle cinque W a quello delle cinque C. E quelle “C” si riferiscono a: contesto, conversazione, cura, comunità e collaborazione, che secondo Josh oggi nei nuovi contesti, ogni redazione deve tenere di conto nell’attività di newsgathering  (la selezione e la verifica delle notizie). Intendiamoci, ovviamente le cinque “doppievù” restano un caposaldo (ci mancherebbe) e Sterns lo precisa subito. Il suo elenco però, mi sembra, mette in risalto anche obiettivi che rappresentano cinque sfide fondamentali sulle quali misurare concretamente quanto il giornalismo possa essere fattore di cambiamento nel modo di fare informazione nel futuro oggi (ed è la vera ragione per la quale lo metto qui a conclusione di questi appunti sparsi).

Come al solito traduco, sintetizzo e mi prendo qualche libertà di aggiungere qualcosa (per il resto vi consiglio la lettura dell’articolo originale):

Contesto: Il web dovrebbe essere prima di ogni altra cosa un portentoso strumento per aiutarci a dare un senso al mondo, per capire meglio i tempi e i luoghi nei quali viviamo. Ma le notizie si frammentano sempre più e il ritmo dai continui aggiornamenti richiesti dall’online ci portano a consumare le notizie senza contesto. Abbiamo un mare di aggiornamenti ma ancora poca connessione capace di darci una visione più ampia di ogni singola notizia.

Conversazione: Il web dovrebbe essere una nuova piazza digitale, ma sappiamo tutti che la maggior parte delle sezioni di commento sono terre desolate di abusi e spam, e quando le conversazioni diventano interessanti troppo spesso risultano essere ingabbiate in “silos” nelle singole piattaforme private (Facebook, Twitter eccetera) senza creare reciprocità. Serve curare queste conversazioni e riuscire a darne valore sia per le redazioni che per i lettori.

Cura (dei contenuti): Il flusso continuo di informazioni è una sfida per chi le notizie le consuma ma è anche un’opportunità per le redazioni che possono rafforzare il loro ruolo di curatori degni di fiducia per l’accuratezza che mettono nel vagliare, verificare e tessere insieme le informazioni più interessanti a disposizione.

Comunità: Per decenni, molti giornali hanno goduto della loro posizione pressoché monopolistica a livello cittadino, garantendogli sostanziose entrate dalla pubblicità. E questo li ha portati a preoccuparsi molto poco della loro comunità di riferimento. Una realtà alla quale molte redazioni devono ancora adattarsi e capire come coinvolgere davvero le comunità dei lettori che oggi, tra l’altro, hanno un ruolo sempre più attivo nel raccogliere le notizie.

Collaborazione: Per come oggi la notizia si è strutturata la collaborazione tra giornalisti, redazioni e cittadini è sempre più un elemento critico. Riduzione dei budget e tagli del personale complicano ancora di più il quadro. Questo ha portato molte redazioni piccole e grandi a collaborare con startup innovative (qui ovviamente Josh parla della realtà americana, cosa molto meno vera per noi in Italia). Queste collaborazioni non sono in merito ai soldi e alle risorse ma anche, con l’aiuto di nuove piattaforme, nel raccontare le storie in modo diverso. La sfida è quindi anche nel creare e valorizzare nuove forme di collaborazione tra tra chi a vario titolo si occupa di informazione: redazioni, giornalisti freelance, nuove professioni e non ultimi, cittadini.

Possiamo aggiungere altro?, sicuramente sì (a me vengono in mente “trasparenza” e “precisione” sì lo so non cominciano con “C”, ma chi se ne importa…) comunque, come sempre, ogni altro suggerimento è il benvenuto.miller_7

fonti e approfondimenti:

Crowdfunding e giornalismo: sette cose da sapere prima di realizzare una campagna di finanziamento

f8af0770f5e711e29b0322000ae80f35_7Un po’ di tempo ne è passato da quando, era la fine del 2008, per primo a David Cohn venne l’idea di associare il crowdfunding, reduce dalle formidabili performance delle campagne di Obama, al giornalismo d’inchiesta. Il risultato fu Spotus: startup seguita con un certo clamore tra gli addetti ai lavori che fece chiedere a molti: sarà il crowdfunding a salvare il giornalismo?

Ma non è stato così. O meglio, non è stato esattamente così. Se infatti è vero che l’uso del finanziamento della “folla” anche in campo giornalistico è sempre più diffuso e i casi di successo siano moltiplicati da allora, bisogna anche sottolineare come non manchino affatto segnali poco positivi sulle sue capacità di proporsi come un vero modello economico alternativo. In modo particolare per le piattaforme esclusivamente dedicate al giornalismo.

Ad esempio: Spot.us oggi sopravvive all’abbandono del suo creatore (passato a un’altra startup Circa dedicata all’informazione su mobile) e dal 2011 è stato ceduto ad American Public Media che a dicembre scorso aveva promesso investimenti per riposizionare il progetto: scorrendo il sito vediamo che, ad oggi, l’ultimo progetto “fully funded” è del 29 agosto 2012. Non certo quella rivoluzione che ci si aspettava.

Un altro segnale recente (giugno 2013) poco rassicurante in questo senso è il fatto che gli ideatori di una delle esperienze più riuscite e interessanti del crowdfunding giornalistico come Emphas.is abbiano dovuto lanciare una raccolta fondi per garantire la sopravvivenza della piattaforma, alla quale evidentemente non bastano i risultati eccellenti di questi due anni: 42 progetti finanziati per una cifra totale di circa 440mila dollari (in media poco più di 10mila dollari a progetto) per garantirle un futuro tranquillo.

In Italia si continua a utilizzare questa strada in piattaforme “generaliste” come Eppela o Produzioni dal basso, ma gli spazi esclusivamente dedicati al reporting  in questi anni (Dig-it, Spotus Italia e YouCapital) sono nati e definitivamente terminati nonostante gli ottimi propositi (l’unico in funzione è oggi, a quanto mi risulta, PubblicoBene limitato a progetti  nel territorio dell’Emilia Romagna).

Certo in campo internazionale continuano a tutt’oggi storie di folgorante successo. Ad esempio il caso del magazine online olandese De Correspondent o ancora Matter basato sul longform journalism che ha raccolto su Kickstarter  140mila dollaritutte testimonianze che questo approccio può funzionare, eccome, anche per il giornalismo di qualità. Così come nuove interessanti piattaforme dedicate al giornalismo continuano a nascere: un esempio recente è Vourno.

C’è anche da dire che pensare al crowdfunding, solo e unicamente, come a un modello di business è limitativo: è anche una strategia che mette in moto nuove relazioni e approcci tra lettori e giornalisti con implicazioni ancora tutte da valutare. Anche dal punto di vista etico come ha mostrato il recente “caso” Crackstarter (dove il celebre sito scandalistico Gawker ha chiesto al pubblico, tramite piattaforma Indiegogo, di raccogliere la somma di 200mila dollari necessaria per impossessarsi del presunto materiale “scottante” riguardante un uomo politico).

Quindi alla fine più che chiederci se il crowdfunding funziona o no per il giornalismo, è forse più utile pensare a come utilizzarlo al meglio, e chiedersi cosa un giornalista freelance o una redazione hanno bisogno di fare per mettere in piedi un progetto di finanziamento su base comunitaria che abbia qualche chance di successo.

QUALCHE CONSIDERAZIONE E UN PO’ DI CONSIGLI SU COME PROGETTARE UNA CAMPAGNA DI CROWDFUNDING GIORNALISTICO 

crowd funding

Sull’argomento più o meno recentemente sono stati pubblicati un po’ di articoli interessanti, come ad esempio 13 ways to get your journalism project crowdfunded di Laura Shin sul Poynter,  e poi ProPublica: 3 Things We Learned About Crowdfunding Journalism su Mashable e A Kickstarter tip for journalists from ProPublica: Crowdfunding is a lot of work su GigaOm, questi ultimi due sull’esperienza che la pluripremiata testata online ha fatto con un progetto avviato sulla piattaforma Kickstarter (che ha raccolto in un mese 25mila dollari). Segnalo anche questo articolo del Nieman Lab: How to make your journalism project succeed on Kickstarter.

Ecco le considerazioni e le riflessioni di questi articoli le ho messe un po’ insieme e riviste, sono per la maggior parte fatte per Kickstarter ma, ovviamente, possono valere in generale, anche se certo conoscere le caratteristiche peculiari di ogni piattaforma e utilizzarle al meglio è un punto fondamentale.

C’è una prima considerazione da fare: il giornalismo è tra le varie “discipline” che utilizzano il crowdfunding quella con meno “appeal”, per una semplice ragione, come fa notare Blair Hickman di ProPublica: “uno dei maggiori ostacoli da affrontare è il fatto che le campagne su Kickstarter funzionano meglio per i progetti concreti e definiti come un documentario, una nuova stagione di un podcast o un nuovo livello di un videogioco: i giornalisti investigativi invece di norma non sanno quale sarà il risultato finale che il loro lavoro produrrà“.

Seconda considerazione: il crowdfunding non è solo uno strumento per singoli giornalisti freelance, ma ha valore pensarlo anche per redazioni – piccole o grandi che siano – anche per le sue potenzialità di engagement con le comunità di riferimento. E anche per gruppi di freelance che si organizzano in un unico progetto.

Ecco quindi un po’ di consigli:

#1 Definire bene il progetto e presentarlo in modo chiaro e creativo. Vista la prima considerazione che abbiamo fatto è particolarmente importante per un progetto di giornalismo investigativo essere molto chiari nel comunicare il progetto. Come detto stiamo “vendendo” qualcosa che non sappiamo esattamente a quale risultato porterà, ha quindi valore spendersi anche a livello creativo (un video di presentazione è quasi obbligatorio) per dare un’idea precisa di quelle che sono le vostre motivazioni nel fare proprio quel reportage. Può sembrare la cosa più scontata, ma è lì che vi giocate il reale coinvolgimento delle persone e soprattutto dei possibili donatori.

#2 Mobilitate i vostri lettori e le vostre reti sociali. Prima di iniziare una campagna Kickstarter, è meglio avere una lunga lista di persone a cui comunicarlo. In caso contrario, a meno che non siate abbastanza fortunati che la piattaforma utilizzata metta il vostro progetto sulla propria homepage, solo in pochi sapranno che il progetto esiste. Quindi è fondamentale iniziare da una base consolidata di persone che già vi conoscono: i vostri lettori (che siate una redazione o un blogger), le comunità online e offline con le quali siete già in contatto e che già seguono e apprezzano il vostro lavoro e l’impegno in precise aree tematiche.

#3 Spendere (molto) tempo nella promozione. Bisogna dedicare parecchio tempo alla promozione progetto, bene saperlo subito. Quali sono le strategie per comunicarlo alla maggior parte dei possibili donatori? La Hickman a ProPublica ha puntato molto su social networking, email di sensibilizzazione e lanci di aggiornamento sul progetto sul sito di ProPublica e una presenza quotidiana sui vari profili nei social media. Così è molto significativo che per il suo progetto alla fine la maggioranza delle persone, quasi il 90%, sia arrivato da referres fuori dalla piattaforma Kickstarter.

Altra cosa fondamentale è elaborate una strategia di sensibilizzazione verso una serie di persone influenti a cui far conoscere prima il progetto in modo che possano eventualmente sostenerlo e condividerlo. Infine se fate parte di una redazione medio/grande pensate seriamente di dedicarvi una persona a tempo pieno. Calcolate anche per questo il costo e quanto incide sul budget totale.

#4 Pensare con cura alle ricompense per i sostenitori (e attenzione, fate bene i conti!). Le ricompense per i donatori sono una parte cruciale dei progetti di crowdfunding (soprattutto su Kickstarter che se ritiene questo aspetto poco curato può anche decidere di non approvare il progetto). A ProPubblica dice ancora la Hickman “abbiamo cercato di essere creativi ma anche di pianificare bene le ricompense da offrire per i diversi livelli di donazione. Ad esempio 25 dollari: una T-shirt, 50 dollari accesso esclusivo a podcast, 5mila dollari disponibilità a parlare in un evento di una celebrità coinvolta dal progetto”.

“Funding is just the beginning” scive il Poynter: offrite ai vostri sostenitori regolari aggiornamenti che mettano a conoscenza del processo creativo, le migliori ricompense sono quelle che fanno sentire i sostenitori parte di un progetto che hanno contribuito a rendere possibile.  Più che magliette con logo è utile pensare anche a cose come accesso al processo editoriale, aggiornamenti in tempo reale o contenuti (pubblicazioni, testi, foto, video, podcast) del reportage in esclusiva per i donatori.

Ma attenzione, fate bene i vostri conti: quanto pagate per i premi?, quanto incidono nel budget?, quanto costa la loro spedizione a ogni singolo donatore?, (e qui ci potrebbero esserci anche delle belle sorprese). Avete stanziato un extra budget per il marketing o sono una parte dei fondi raccolti sulla piattaforma che devono sostenerli? Fissare un tetto (ad esempio 10% del totale) su queste tipo di spese e verificatelo con i costi unitari moltiplicati per i donatori che pensate possano essere coinvolti (e vai di foglio Excel).

#5 Considerate bene regole finanziamento e tasse commissione. A proposito di costi, alla prima voce del bilancio per il progetto di giornalismo, è necessario tenere conto delle commissioni, che non sono uguali per tutte le piattaforme. Per esempio, Kickstarter si tiene una quota del 5% dal totale di un progetto finanziato con successo, mentre Indiegogo il 4% su progetti che fanno centro e il 9% su quelli che non lo fanno. Considerate bene anche vantaggi e svantaggi sulle regole di finanziamento per le diverse piattaforme: ad esempio quelle “tutto o niente” (come Kickstarter o Eppela) o “prendi tutto” (per saperne di più leggi qui).

#6 Valutate bene la durata della campagna
Quanti giorni far durare il progetto?, 30 o 60 o più? Scegliete una campagna abbastanza lunga per dare tempo di lanciarsi al progetto, ma abbastanza breve per dare un certo carattere di urgenza (le campagne troppo lunghe tendono a languire dicono al Poynter). Kickstarter ad esempio non permette campagne più lunghe di 60 giorni.

#7 Non dare niente per già acquisito. Ultimo consiglio: avete già rotto il ghiaccio con un progetto e vi è andata bene. Bravi. Ma attenzione: non date per scontato che le persone siano eccitate anche per la vostra seconda campagna così come si sono dimostrate per la prima. Per ogni campagna ricominciate da capo e non date niente per già acquisito, altrimenti la delusione potrebbe essere doppia.

Nota: ho parlato molto di Kickstarter, ma può essere usato dall’Italia? Sì qui e qui un po’ di informazioni su come fare.

Social media editor: qualche ipotesi per un piano di lavoro in redazione

245baa9ae1ac11e2b22122000a1fc95b_7Quando Jennifer Preston prima giornalista ad assumere il ruolo di social media editor in una grande giornale (era il 2011) annunciò, dopo solo due anni dalla sua nomina, che sarebbe tornata a fare la reporter a tempo pieno la cosa, a molti, sembrò del tutto naturale. Il ruolo aveva come obiettivo principale quello di evangelizzare i redattori del New York Times e introdurli all’uso quotidiano dei media sociali nel loro lavoro. Una volta evangelizzati, una volta digeriti da parte dei colleghi i socialcosi, il lavoro poteva dirsi concluso. Insomma già allora sembrava chiaro che per sua natura quello del social media editor fosse comunque un incarico nato con la data di scadenza.

Nonostante questo, del ruolo del social media editor – della sua funzione e della sua reale utilità – se ne torna a parlare periodicamente. Ad esempio non molto tempo fa (fine maggio), per un articolo dove Rob Fishman di BuzzFeed dove di questa figura professionale si sentenzia la morte. Sì certo, quello di decretare la morte di qualcosa – qualunque cosa – in realtà è ormai diventato un filone (un sottogenere?) giornalistico molto prolifico. L’articolo però ha avuto il pregio di suscitare e mettere in circolo un po’ di opinioni interessanti sull’argomento.

Mathew Ingram ha fatto notare che “molti social media editor non sembrano realizzare effettivamente molto – il fatto è che tutto ciò che riguarda i social media è ormai diventato centrale per quello che la maggior parte dei mezzi di comunicazione stanno facendo, avere una persona specifica dedicata a farlo sembra un anacronismo”.

E in effetti questo ruolo professionale o è davvero capace di rinnovarsi continuamente o rischia di restare solo una delle tante etichette (social media qualcosa) da appiccicare su un biglietto da visita o un résumeé. Certo nelle testate più importanti un bel po’ di passi avanti ne sono stati fatti: dall’one-man-band che deve occuparsi di tutto quello che ruota attorno ai social media a staff organizzati e con mansioni molto più articolate. Quindi per i più oggi il questa figura professionale in realtà dovrebbe essere sempre più avere il ruolo di gestire il cambiamento tenendo il passo di una tecnologia che continuamente si evolve: chi fa informazione professionale oggi deve sempre misurarsi con nuovi strumenti e nuove piattaforme, serve quindi che queste novità sappia capirle, testarle e introdurle nel miglior modo all’interno del ciclo produttivo giornalistico. Oggi, insomma il ruolo ha bisogno anche di dare strategie e non solo di gestire i problemi quotidiani.

Il senso dell’evoluzione di questo ruolo, a mio giudizio l’ha dato Meghan Peters che a Mashable è community director (ruolo per il quale dirige uno staff di quattro persone che hanno compiti relativi anche ai media sociali) in un pezzo dove sostiene che “il nostro compito maggiore è immergerci nelle ultime tecnologie per quantificare e valutare il loro possibile valore per l’organizzazione. Funzioniamo come una sorta di centro di intelligence sociale”, perché “ci sarà sempre comunque bisogno di qualcuno che stia un passo avanti agli altri a sperimentare”. Emerging media editor è, non a caso, il nuovo ruolo assunto da qualche mese al Wall Street Journal da Liz Heron figura “storica” dell’introduzione dei media sociali nelle redazioni.

Tutto vero, però è anche da tenere di conto che fuori dal ristretto cerchio delle realtà più evolute, molto comunque resta da fare per migliorare la qualità e la pratica dell’uso dei media sociali nel lavoro quotidiano di un giornale (che sia online o su carta, ovviamente).  In fondo ha ragione Daniel Victor quando sostiene che a concentrarsi sempre sul “futuro” di questo ruolo si finisce anche per essere un po’ noiosi, soprattutto se ci si avvita sempre sui massimi sistemi e non si suggerisce qualcosa di concreto:

Anche per questo è forse più utile tornare ai “fondamentali” e, al di là di tutte le belle analisi, chiedersi: cosa deve fare concretamente oggi chi si occupa di social media in una testata per essere realmente utile alla redazione? Una domanda questa che si è posta in un bell’articolo anche Mandy Jenkins interactive editor (un altro termine per dire “qualcuno che si occupa di innovazione dentro la redazione”) a Digital First Media: le sue risposte mi sembrano ottime e quindi le ho tradotte (con qualche licenza, a dire il vero) perché di fatto rappresentano anche un buon piano di lavoro. Eccole:

Sviluppa e pianifica l’uso dei social media in tutta l’organizzazione. Aiuta i membri della redazione a integrare i media sociali in tutto il ciclo del loro lavoro e ne pianifica lo sviluppo – non limitandosi a fornire uno strumento, lasciando poi che i redattori se la sbrighino da soli, ma monitora come lo utilizzano, dà suggerimenti e li incoraggia a crescere.

Gestisce la presenza social della testata, il che non vuol dire starsene tutto il giorno a smanettare su Tweetdeck, ma essere capaci di guidare il messaggio nel suo complesso.

Sviluppa tutte le azioni possibili per incrementare l’interazione tra la redazione e le comunità di riferimento. Quindi dà suggerimenti su come i vari strumenti dai social media alla cura dei contenuti, dal crowdsourcing alle fonti UGC  (user generated content) possano adattarsi a particolari piani di copertura delle notizie. Sperimenta nuovi strumenti preoccupandosi di avere sempre dei feedback concreti basati su metriche.

Riconosce e suggerisce le situazioni dove è più saggio non usare i media sociali, perché anche questa è una mansione importante  da svolgere  se sei la figura professionale che incoraggia l’uso corretto dei social media.

Agisce come una sorta di operatore del servizio clienti, sia all’interno che all’esterno della redazione. Deve essere un punto di riferimento e di ascolto per tutte le questioni e i dubbi che possono nascere attorno all’utilizzo dei media sociali: dai problemi etici ai dubbi e le preoccupazioni che possono riguardare l’autenticità di fonti UGC e, in generale, su tutto ciò che riguarda le modalità per selezionare e verificare notizie provenienti dai social network.

Costruisce e/o sviluppa una strategia  relativa ai social media per l’intera organizzazione, con una visione più ampia possibile che parta sì dalla redazione ma poi si estenda anche all’ufficio vendite e al commerciale, al marketing e al management. Lavora per avere una visione d’insieme su quello che i vari settori dell’organizzazione stanno facendo con i social media e pensa a come, tutte queste parti, possano essere messe insieme in maniera intelligente e proficua per tutti.

Fonti e approfondimenti:

Media volontari e vecchie metriche

metrics“I media dovrebbero investire nel business delle relazioni e non solo in quello dei contenuti”, ha scritto Jeff Jarvis nel suo blog tempo fa, precisando così la sua affermazione: “in altre parole, il valore dei media non è necessariamente intrinseco nei contenuti – nel senso che ‘devi pagare per questo prodotto perché il lavoro nel crearlo ha un valore’ – ma può essere realizzato nelle relazioni che si formano intorno a quel contenuto”.

Il punto è che l’industria dei media (e in particolare dell’informazione online) ha in questi anni cercato di risollevarsi dalla propria crisi principalmente cercando la risposta ad una domanda: come obbligare le persone a pagare per i contenuti che possono trovare gratuitamente in rete? Ma se una risposta soddisfacente fatica – ormai da anni – ad essere trovata, forse è bene cominciare a dubitare che sia la domanda stessa a essere sbagliata.

In questa direzione Jarvis dice che il mondo dei media e quello della pubblicità diventeranno sempre più “volontari”, molto più di quanto non lo siano già adesso. Cosa vuol dire? Per spiegarsi cita due recenti interventi di due donne molto diverse tra loro: la cantante e performer Amanda Palmer e Susan Wojcicki, vicepresidente di Google.

La Palmer in un suo apprezzatissimo intervento al TEDTalks, racconta come la sua esperienza di artista di strada sia stata decisiva per mettere a punto uno dei progetti di crowdfunding più riusciti della storia della celebre piattaforma Kickstarter. L’arte di chiedere (così si intitola il suo intervento, di cui ho parlato anche qui) l’ha scoperta quando in piedi su una cassa all’incrocio della strada si esibiva come mimo  aspettando che i passanti le donassero qualche spicciolo. Ma era proprio in quell’istante che si creava un rapporto (un legame?) tra lei e la persona che le stava di fronte. Perché l’atto di chiedere – ci dice la Palmer – crea comunque una relazione, una connessione “peer to peer”, tra le persone. E se sei capace di trasformare quelle singole connessioni in qualcosa di vero e autentico, è molto probabile che quelle stesse persone abbiano poi il desiderio di realizzare qualcosa con (per) te.

Le persone sono ossessionate dalle domande sbagliate, una di queste è: come possiamo convincere le persone a pagare la musica? Che ne dite se invece cominciassimo a chiederci: Cosa dobbiamo fare per lasciare che la gente paghi la musica”.

Insomma, ci dice la Palmer, non chiederti come fare per obbligare la gente a pagare per quello che fai ma mettiti in gioco, scendi dal tuo piedistallo e comincia a costruire dei rapporti grazie ai quali la gente senta la necessità di farlo: perché si sente parte di un progetto, perché si riconosce in quello che fai, perché lo avverte come un elemento importante del proprio essere persona tra le persone. Già ma per farlo devi spendere tempo e risorse (non solo economiche ovviamente ma di “voglia di esserci”).

I media e la pubblicità, ricorda Jarvis nel suo articolo, hanno ancora molta difficoltà nel realizzare rapporti di questo tipo perché non sono progettati per parlare con le persone, in quanto persone. Sono progettati per misurarsi con le masse (ovvero con le persone in quanto numero). Internet, le reti sociali, stanno mettendo in discussione molti dei paradigmi della vecchia industria della comunicazione. Questioni di scala da ripensare e ricalibrare: ad esempio il primo disco della rock band della Palmer aveva venduto 25mila copie, un’inezia, un vero fallimento per gli standard di una major discografica. Ma 25 mila persone sono state più che sufficienti – guarda un po’ – nel mondo di internet, per finanziare quella stessa band e raccogliere in qualche settimana oltre un milione di dollari.

L’altra donna citata da Jarvis è la Wojcicki (responsabile del 96 per cento delle entrate di Mountain View dicono qelli di Forbes) che invece ha scritto un breve post molto interessante dove elenca i cinque punti che, a suo parere, caratterizzeranno il futuro dell’advertising online (e visto il “peso” del personaggio io un’occhiata, se non lo avete già fatto, ce la darei). Guardate cosa mette al primo posto:

Scelta: Ci stiamo rapidamente muovendo sempre più verso un’economia basata sulle scelte, nella quale gli utenti scelgono con un click, sia per quanto riguarda la pubblicità che i contenuti, ciò che vogliono vedere. Negli anni a venire, la maggior parte delle visualizzazioni degli annunci pubblicitari saranno sempre più efficacemente diventate volontarie.

Oggi nell’epoca dell’abbondanza, in un ecosistema digitale sovraffollato di “cose” (testi, video, file, musica, immagini) e fonti (i media tradizionali e mille altre piattaforme) obbligare le persone a vedere/cliccare/comprare qualcosa sarà sempre più difficile, dice ancora Jarvis, se non hanno davvero intenzione di farlo. Soprattutto se il valore dei contenuti provenienti dai media non sarà realmente percepito dal lettore, ma imposto – giusto o sbagliato che sia – da paywall e da copyright.

Bene, ma se per i media sarà sempre più importante investire con decisione sul “relashionship business”, sull’interazione che nasce tra contenuti e tra le persone, allora si ripropone una questione: quale tipo di relazione, quella che anche nei nuovi “ambienti” si basa solo sulla quantità, sui numeri o quella sulla qualità e l’”intensità” dei rapporti costruiti nel tempo?

Almeno  in teoria una delle necessità introdotte dai nuovi media dovrebbe essere quella di superare molte delle vecchie metriche che oggi gli editori e i responsabili marketing utilizzano per valutare il valore dei contenuti. Ma non è così. Nel mondo dell’informazione i media online ci propongono come “nuovi modelli vincenti” quelli nei quali i contenuti sono remunerati pochi spiccioli e valgono, prima di qualsiasi altro parametro, per il numero di click che generano. La valutazione ancora oggi si fonda essenzialmente sulla quantità prima che sulla qualità:  dalla quantità di click sui display advertising alle pageview ottenute con titoli a effetto, fotogallery pruriginose e altri mezzucci vari. Così la quantità vince ancora, nelle logiche di investimento, sulla qualità di costruire un rapporto duraturo basato sulla  fiducia con l’utente. Alla faccia del nuovo che avanza.

Della necessità di superare questi modelli se ne parla da un po’, ma ultimamente sul tema dei nuovi parametri è nato in rete un bel dibattito (innescato da un interessante articolo dal titolo esplicativo Page Views Are Dead, Long Live Engagement) che ha valore seguire. Tra gli altri ne hanno scritto Mathew Ingram, su paidContent riprendendo dati diffusi da Chris Dannen su FasCompany che consiglio di leggere. Qui da noi è sicuramente da seguire Pier Luca Santoro, (qui, qui e qui) che supporta anche con dati e cifre la necessità di ripensare e superare alcuni parametri di valutazione, e Davide Pozzi che fa alcune precisazioni tecniche molto preziose.

Quindi alla fine, se veramente investire nella qualità e nell’iterazione diventerà sempre più una strada obbligata, per parlare alle persone in quanto persone e non come masse, ci sarà però bisogno di un elemento essenziale: il tempo. Il tempo per creare contenuti di valore, il tempo da spendere nel leggerli, il tempo di “spendersi” per interagire seriamente e con continuità. Una maggiore attenzione al “fattore tempo” sia nel creare che nel valutare i contenuti da parte dei media rappresenterebbe davvero una svolta. Decisamente troppo bello per essere vero.

Content curation e giornalismo: perché agli editori conviene avere cura del proprio archivio

tumblr_m1txeheo0D1qfdbuoo1_5002“All’inizio il web non ha plasmato se stesso come un’edicola, ma come un archivio, una biblioteca priva d’ingombro” scrive in un bell’articolo, The Archive is a Campsite, Aaron Lammer cofondatore di LongForm sito che promuove la lettura dei contenuti estesi e non consumabili in pochi nanosecondi. LongForm in particolare, come l’altro sito “gemello” Longread, segnala articoli di non-fiction sia recenti come vecchi di anni pubblicati dalle maggiori testate americane, mettendo a disposizione dei lettori un eccellente archivio aggiornato quotidianamente di contenuti di qualità. La sorpresa è – scrive Lammer – che a uno sguardo attento ai dati di accesso di LongForm si scopre che le vecchie storie sono lette nella stessa frequenza di quelle più recenti.

Sorprendente? Sì perché c’è un primo aspetto interessante che Lammer mette in evidenza – abbastanza ovvio se vogliamo – ma sul quale ha valore fare delle riflessioni: la lettura dei contenuti online è caratterizzata da una dicotomia tra nuovo e vecchio, ed è il nuovo ad aver sempre più il sopravvento sul secondo.

Il “fiume” e l’archivio

La nostra esperienza di lettori nel web è dominata dall’ossessione del “refresh”, nella perenne attesa di nuove notizie. Se ci separiamo dai nostri collegamenti per un po’ ci chiediamo quali news ci siamo persi, ma più che la notizia di per sé – scrive ancora Lammer – è la nostra esperienza collettiva della notizia che si appiattisce sotto la dittatura delle breaking news, del real time, dei dibattiti che il giorno dopo sono già vecchi. La notizia insomma diventa qualcosa da consumare in fretta ed estremamente deperibile. La stessa architettura utilizzata fin dalla loro nascita dai blog e dai siti di news – la struttura “a fiume” – è da sempre stata pensata per sottolineare la supremazia del nuovo sul vecchio: gli articoli scorrono in un elenco a colonna uno dietro l’altro, il più recente a sostituire nell’interesse del lettore il meno recente. È come un fiume. Un fiume che scorre trasportando la nostra attenzione in un’unica direzione…

Il fiume ha molti significati: i visitatori abituali hanno bisogno di sapere se qualcosa di nuovo è stato pubblicato dalla loro ultima visita. Il suo design suggerisce che i nuovi articoli, come le auto nuove, perdono di valore solo un minuto dopo che sono uscite dalla loro concessionaria. Il fiume, diciamo a noi stessi, è democratico. Ogni articolo si colloca nel posto giusto, poi galleggia lontano, obsoleto e dimenticato. Il fiume è il progresso. Gli articoli pubblicati oggi sono migliori di quelli pubblicati lo scorso anno.

Eppure così facendo ci perdiamo molto. Certo è normale che l’attenzione verso quello che accade oggi sia più alta rispetto a quello che accadeva un anno fa. È indubbio però che la sperequazione di valore attribuita dagli editori online ai contenuti nuovi rispetto a quelli archiviati è sempre più evidente. Eppure molti “luoghi” tra i più frequentati dagli internauti basano la loro fortuna proprio sul fatto di offrire ai loro utenti un archivio estremamente vasto e facilmente consultabile (e non certo solo di contenuti recenti): YouTube può essere un esempio su tutti.

Non sappiamo se una sorta di YouTube “testuale” altrettanto efficiente potrà mai vedere la luce (ma non mettiamo limiti alla provvidenza internettiana) ma sappiamo bene che proprio sull’idea di archivio si è basata l’”invenzione” dei motori di ricerca che sono diventati la porta di ingresso, l’interfaccia per eccellenza della nostra esperienza di lettori nel web. Solo che ben presto anche con questi strumenti ci siamo assoggettati alla dittatura del “più cliccato, più nuovo = più bello”: le cose interessanti sono quelle in alto, ai primi posti delle ricerche su Google, tutto ciò che fluttua più in basso oltre la prima pagina dei risultati perde di valore e interesse, addirittura è come se non esistesse più.

Un’interfaccia per il passato: archivi e cura dei contenuti

Domanda, come valorizzare i contenuti del proprio archivio? Risposta: avendone cura. Letteralmente. La cura dei contenuti sui materiali d’archivio è sempre più necessaria per le testate d’informazione, diverse idee su come farla le ho raccolte in questo post (ma altro sta succedendo, ad esempio la rivista Atlantic ha dato vita poco tempo fa a una divisione che si occuperà esclusivamente di curare i materiali del suo vasto archivio, 155 anni di storia, per ricavarne degli ebook da pubblicare regolarmente, o ancora il blog del Guardian From The Archive).

In conclusione, quello che Aaron rivela sui dati di LongForm  – che certo, sono relativi ad un unico sito e non possono essere in assoluto generalizzati per situazioni più complesse –  un paio di riflessioni comunque deve farcele fare. La prima è che un interesse del lettore verso i vecchi contenuti, se l’archivio nel quale sono custoditi è costruito bene, può esistere eccome. La seconda è che nell’ecosistema digitale il valore dei contenuti sarà sempre più legato con la sua capacità di creare relazioni attorno a sé, per questo valorizzare e puntare su contenuti che sappiano durare nel tempo, e non deperibili dopo poche ore, potrebbe essere una strategia intelligente da seguire.

Perché per un giornalista o un editore curare l’archivio,  far vivere a lungo i propri contenuti di qualità, ben oltre qualche giorno o al massimo una settimana, non vuol dire soltanto dare maggior valore (anche economicamente) a quei contenuti, significa che si sta cercando di costruire con il lettore un rapporto più solido e duraturo. Ed è proprio quel rapporto (e la sua qualità) il vero valore sul quale gli editori oggi devono saper puntare:

Quando investite nel vostro archivio, tuttavia, fate qualcosa di molto di più significativo che far partire il contatore delle page view. Dichiarate al mondo che il vostro lavoro merita un interesse continuo, e confermate ai vostri lettori che il rapporto che state costruendo con loro è a lungo termine. Non è semplicemente uno scambio tra fornitore e consumatore di contenuti ma qualcosa di più forte, perché dietro di sé lascia qualcosa che ha valore.

——

nota 1: anche la struttura a “fiume” sta evolvendosi, in cerca di interfaccia più funzionale che non la classica home page e cercando connessioni con una nuova suddivisione tematica delle notizie. Ne ho accennato anche nel post precedente a proposito del sito Quartz, e sull’argomento consiglio di leggere questo fondamentale articolo del Nieman journalism Lab (una sintesi in italiano qui)

(l’articolo di Aaron Lammer l’ho scoperto grazie alla segnalazione di Robin Good e del suo scoop.it sulla content curation).

fonte: The Archive is a Campsite (Aaron Lammer su Contents Magazine)

Contenuti sponsorizzati, native advertising e nuove ossessioni: Quartz, un nuovo modello per il futuro dell’informazione online?

sponsorcontentA una prima occhiata Quartz (qz.com) non sembra niente di speciale, con una grafica ostentatamente minimalista non sembra differenziarsi molto da un portale di notizie come tanti altri. Eppure fin dal suo esordio – qualche mese fa (ottobre 2012) – la testata digitale businnes oriented che si rivolge a un pubblico cosmopolita di uomini d’affari voluto dalla Atlantic Media (l’editore del celebre mensile americano The Atlantic) ha attirato su di sé un bel po’ di attenzione. Firme di riferimento come Frédéric Filloux, Felix Salmon o Ken Doctor hanno dedicato analisi approfondite al suo modello editoriale mettendo in risalto le molte sfide lanciate.

Forse niente di assolutamente nuovo, se si guarda alle singole scelte editoriali, ma la combinazione dell’insieme della strategia lo ha fatto diventare una sorta di banco di prova: accesso gratuito a tutti gli articoli (nessun paywall) ma uso massiccio di contenuti sponsorizzati, grafica e leggibilità pensata per il web ma soprattutto per tablet e smartphone, idee innovative nella architettura dell’informazione e suddivisione tematica delle notizie.

E al banco di prova il primo test, va detto subito (è anche per questo che torno sull’argomento) sembra superato alla grande. Secondo i dati forniti da Atlantic Media il sito è passato da 100mila visitatori unici mensili di ottobre 2012 a 1,5 milioni, il tutto a marzo 2013. Risultati che hanno fatto gridare al responsabile delle strategie editoriali di Atlantic media Justin Smith: “Quartz è diventato un editore di riferimento a livello globale in soli quattro mesi”.

Bene, bravi. Forse i toni trionfalistici sono un po’ esagerati e ancora non del tutto giustificati, ma alla luce dei primi dati ha valore cercare di capire quali sono i punti che lo distinguono da altri portali simili. Cosa ha, alla fine, di speciale Quartz? Alcune scelte le accennavo prima ma provo a sintetizzare in quattro punti:

#1 design: semplice ed essenziale pensato per il web ma soprattutto per il mobile: molto simile a quello di un classico blog (la piattaforma è WordPress Vip), corpo centrale a colonna dove scorrono le news e una piccola colonna laterale. Insomma essenzialità e niente effetti speciali, a differenza di altri progetti che puntano molto nella grafica accattivante e innovativa (vedi ad esempio l’ottimo The Verge), Quartz si basa su una struttura classica per il web, semplice da usare, pensata per essere facilmente adattabile nei diversi formati e soprattutto funzionale anche per i piccoli schermi degli smartphone. Altro elemento da annotare a livello di struttura: la scelta sul mobile è stata quella di non realizzare nessuna app nativa e di puntare tutto sula capacità di adattabilità della web app in HTML5 (se avete dubbi su quali differenze passino tra una web app e una app nativa leggetevi questo). Dicono quelli di Quartz nella presentazione:

Chiamateci website, o se preferite, web app: Quartz combina i benefici del Web libero e aperto con l’eleganza di un’applicazione

#2 organizzazione delle notizie: forse l’aspetto più ambizioso del progetto. Pensare ad un nuovo modo di organizzare i temi e la gerarchica delle news. Quelli di Quartz le chiamano obsession, le loro ossessioni, i temi principali sui quali organizzano e aggregano le notizie. Sostituiscono la vecchia idea di servizi sui quali si basa l’organizzazione del lavoro di redazione di tutti i giornali (interni, esteri, finanza, economia e così via). Ad esempio in questo momento tra le “ossessioni” (che non sono fisse e rigide ma cambiano nel tempo) della redazione ci sono: crisi energetiche, denaro digitale, startup, stati moderni (paesi emergenti e nuovi modelli di economia a confronto). Su questo aspetto ha valore leggere l’analisi di C.W. Anderson fatta in un lungo articolo What happens when news organizations move from “beats” to “obsessions”? davvero molto interessante dedicato proprio a questa nuovo approccio di Quartz, cito solo l’inizio:

L’organizzazione delle redazioni è il riflesso di come i giornalisti concepiscono il loro lavoro. Nel momento in cui tutti questi concetti mutano, ha senso pensare che anche il modo di organizzarli debba cambiare con loro

Nota: È un’idea affascinante, perché tra l’altro ci dice che pensare a nuovi prodotti editoriali digitali non può più limitarsi dal creare una bella scatola da riempire di contenuti, non può prescindere dal riflettere profondamente su quello che è il linguaggio e l’architettura dell’informazione stessa.

#3 modello di business: no ai banner sì ai native advertising, potrebbe essere questo il motto per sintetizzare la scelta di Quartz sull’advertising. Partito con quattro grandi sponsor (Chevron, Credit Suisse, Cadillac e Boeing) per i quali è stato garantito un uso di contenuti sponsorizzati che si differenziano dagli altri non sponsorizzati unicamente per la presenza di un piccolo occhiello e un disclaimer ( “Questo articolo è stato scritto da ‘nome dell”azienda’ e non dalla redazione di Quartz”) posto alla fine dell’articolo. Per il resto sono impaginati in totale continuità di grafica con quelli della normale copertura giornalistica realizzati dalla redazione. Anche questo tipo di articoli sono decisi e sollecitati dalla stessa redazione e non dall’ufficio commerciale. Una modalità che sembra perfetta per i finanziatori e per i nuovi ambienti digitali come ha scritto poco tempo fa sul New York Times: “gli sponsor pagano per avere articoli online non semplice pubblicità”.

Nota: Certo che ogni nuovo “modello” sembra portare con sé anche questioni etiche. Se non sono schiere di blogger sottopagati sono redazioni che devono destreggiarsi tra copertura giornalistica e contenuti voluti da advertiser. Sui contenuti sponsorizzati, native advertising, branded content o come vogliamo chiamarli sicuramente non serve fare guerre di religione, sono un’opportunità certo, ma è evidente che un approccio serio sul tema, definendo alcuni punti fermi, è sempre più urgente.

#4 redazione: una ventina di persone, tutti giornalisti professionisti (e con molta esperienza alle spalle in grandi testate). Nessun blogger da far pesare poco o niente sui costi aziendali o da ripagare con la sola “moneta” della (presunta) visibilità. Quindi una, relativamente al progetto, piccola redazione di professionisti che curano e organizzano i diversi contenuti, sponsorizzati e non. Siamo lontani quindi dalle sterminate schiere di collaboratori di HuffPost e Forbes.com che mettono online quantità industriali di contenuti e su quella quantità puntano per generare traffico. L’idea è quella di rivolgersi a un pubblico selezionato con contenuti di qualità e voglia di sperimentare :

Gli sviluppatori e i giornalisti, a volte uno e l’altro sono la stessa persona, siedono uno accanto all’altro nella redazione di Quartz in modo che possano continuamente interagire e sperimentare. Sappiamo che il futuro dell’informazione sarà scritto in codice.

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Frédéric Filloux nella sua bella analisi aveva individuato alcuni elementi chiave per il (possibile) successo di Quartz. Ha sicuramente valore rileggerli alcuni adesso adesso: costruire rapidamente una grande audience, perché se vero che non potrà mai avere i lettori di un HuffPost puntando su una fascia di lettori più definita, è vero però che anche un testata storica sulle medesime tematiche di riferimento come l’Economist fa 7 milioni di visitatori unici al mese e 632mila tramite la sua app nativa.

La scommessa sui lettori stranieri sembra essere sempre più un obbligo nel mondo dell’informazione online ma è molto impegnativa e non garantisce ritorno pari allo sforzo. È vero che l’audience globalizzata, i lettori sparsi per il mondo che leggono un inglese chiaro e non complesso, sono un pubblico che un portale come Quartz ha l’obbligo di cercare (e in Italia cominciano a pensarci molto timidamente anche alcuni quotidiani vedi Sole24ore), ma tradurlo poi concretamente in revenue non è un passaggio così immediato. Giustamente fa notare Filloux che il Guardian con i suoi 60 milioni di visitatori unici – realizzati per due terzi fuori dalla Gran Bretagna – sono una bocca da fuoco eccezionale ma producono revenue per “solo” 40 milioni di sterline contro i 160 realizzati del sito del New York Times con il solo advertising.

Quindi giusto che ad Atlantic Media siano soddisfatti, ma alcuni traguardi restano ancora lontani. E come giustamente fa notare Filloux: gli sponsor non sono certo dei filantropi, prima o poi vorranno un ritorno significativo, altrimenti se ne andranno. Per questo un elemento importante, avendo come riferimento un pubblico di élite, sarà anche la capacità di individuare dati e profili dei propri lettori per dare agli sponsor e ai loro uffici marketing quelle informazioni che cercano – i famosi big data -, altrimenti rimanere in una nicchia sarà un lusso che non potrà permettersi ancora a lungo. A quel punto l’idea potrebbe essere quella di percorrere strade già fatte da altri (non ultimo: paywal e contenuti a pagamento). E allora sì, Quartz potrebbe essere davvero un sito come molti altri.

font e approfondimentii:

Cura dei contenuti e giornalismo: etica, connessioni e valore

curation-001Quando si parla di nuove metodologie o di nuove pratiche per il giornalismo dell’era digitale succede che si debba sottolineare come, quelle stesse “nuove” pratiche, in realtà siano un modo per recuperare e valorizzare cose ben conosciute e attuate nel mondo dell’informazione da molto tempo. Vale ad esempio per la verifica delle notizie, il fact checking o per il dialogo con i lettori, e per molto altro: vecchie, buone regole e capacità di adattamento ai nuovi contesti. Per alcuni questa è la prova evidente che, alla fine, non c’è niente di nuovo sotto il sole – “è una cosa che si è sempre fatta” – e quindi tutto questo parlare di nuovo giornalismo è un mero esercizio un po’ fine a se stesso. Ma per altri si tratta invece di ripensare e recuperare buone pratiche che, per molte ragioni, si erano perse per strada e che oggi, con i nuovi strumenti – e magari un po’ di buon senso – possiamo rilanciare. Insomma guardare indietro ma con mente aperta verso il futuro…

Il discorso vale sicuramente anche per l’aggregazione e la cura dei contenuti (che non sono però la stessa cosa, ma ne parlo più avanti), pratiche consolidate sulle quali è necessario rilanciare nuove idee per aggiornare una professione che su molti aspetti ha ormai perso il proprio primato: “I giornalisti hanno fatto cura dei contenuti per anni. È sempre stata una parte integrante del modo nel quale selezionavamo le notizie. Forse non la chiamavamo curation, ma la stavamo facendo lo stesso. È nel nostro Dna” scrive David Brewer – giornalista con una vasta esperienza in grandi testate – sul suo blog  in un ottimo articolo da leggere per completezza sull’argomento.

Vero, ma cosa fa un curatore, in particolare un curatore nel campo del giornalismo? Deve raccogliere, sintetizzare, dare senso, aggiungere valore, attribuire, linkare, incuriosire, affascinare e intrigare: non c’è che dire, una bella lista di cose da fare, quella redatta da Steve Buttry, a inizio di un suo pezzo dove dà il benvenuto all’allora neoassunto team di news curator alla Digital First (uno dei punti di riferimento sulle nuove politiche digitali nell’informazione), l’editore nel quale Steve è responsabile del settore digitale (digital transformation editor per la precisione).

Da quando curation è diventata una “etichetta” di moda è utilizzata spesso anche a sproposito, tirata per la camicia in qualsiasi contesto, con conseguente rischio di far diventare il termine una parola-scatolone da poter riempire del significato che più aggrada chi la utilizza. Ma è vero anche che, sul tema delle possibili utilizzazione della curation nel campo del giornalismo (digitale e non), si stano sviluppando una quantità di riflessioni e spunti spesso davvero molto interessanti su metodologie, strumenti, “stili” e molto altro. Così, visto che in questo spazio vorrei cominciare a parlarne con più continuità di quanto fatto in passato, butto giù tre punti di riflessione, giusto per iniziare.

#1 La cura dei contenuti deve rispettare dei codici etici. Citare e attribuire correttamente la fonte, sono pratiche che nella professione giornalistica dovrebbero avere basi etiche solide e ben consolidate. Dovrebbero. Certo il raptus da copia-e-incolla ha fatto parecchie vittime, anche illustri. Quindi: attribuire, e nella giusta maniera riconoscendo sempre il lavoro fatto da altri, perché mettere un link da qualche parte non basta. Come ha giustamente ha fatto notare il curatore Rex Hammock senza tanti giri di parole:

Negli ultimi tre anni o giù di lì, il termine media curation è stato inteso sempre meno come una pratica di aiuto e di servizio e sempre più come un termine da utilizzare per imbellettare malamente un modello di business che si basa sostanzialmente su questo: “vai e ri-scrivi cose che trovi altrove su tutto ciò che è trend su Google e seppellisci poi un link da qualche parte verso la fine dell’articolo, in modo che non si possa affermare che quello è mero ri-scrivere una storia scritta da qualcun’altro”

curation codeIl problema esiste tanto che anche Maria Popova, che della content curation è autorevolissima esponente, ha promosso, nel marzo 2012, un codice etico della curation.  Che propone, tra l’altro, un formato standard per indicare le attribuzioni.

È molto utile, sul tema dell’attribuzione corretta, leggere ancora Steve Buttry, che nell’articolo già citato scrive alcuni principi etici “non-negoziabili”, tra i quali:

Attribuzione deve essere sempre completa, citando  il giornalista e la testata, se entrambi sono identificati nella fonte originale. Riferimenti vaghi come “notizie di stampa” o verbi passivi come “è stato segnalato” non sono sufficienti. Anche se la sorgente è un concorrente, attribuire completamente indicando il nome. Se si citano fonti non giornalistiche è necessario attribuire nel modo più competo citando la persona, l’organizzazione e/o il suo sito.

#2 Cura dei contenuti e aggregazione non sono la stessa cosa (o se preferiamo diciamola così: la curation è qualcosa di più che  semplicemente, mettere insieme qualche buon contenuto). Cura e aggregazione vengono molto spesso utilizzati quasi come sinonimi. Sbagliato. Limitare il lavoro di curation a quello di mettere insieme, aggregare, dei contenuti è limitativo. Per questo in molti, ad esempio, mettono in evidenza la necessità di un “fattore umano” nel lavoro di cura dei contenuti e non solo di aggregazione realizzata grazie ad algoritmi più o meno funzionali.

L’esempio più utilizzato in questo caso per spiegarne la differenza tra cura e semplice aggregazione è quello di pensare al curatore di contenuti così come pensiamo al curatore di un museo, che allo stesso modo seleziona, aggrega, autentica, studia e analizza temi e argomenti, ma propone qualcosa di (molto) di più al visitatore che “semplicemente” qualche bel quadro. Le cose migliori, a mio parere, su questo particolare aspetto le ha scritte il giornalista Adam Schweigert in un bel post , ne ho tradotto qui un passo:

Come responsabile di un museo raccoglie e organizza gli oggetti in una galleria per migliorare la nostra comprensione e l’apprezzamento della loro storia e del contesto più ampio, così dovrebbero fare i curatori di notizie, organizzare raccolte di informazioni in modo di aumentare la nostra comprensione della storia che si trova all’interno. […] Questa è la nuova definizione di “possedere una storia” – non necessariamente essere il primo a riferirla, ma piuttosto essere il curatore migliore, il più attento e capace di persistere nel tempo con informazioni che aiutino veramente le persone a capire.

#3 Cura dei contenuti vuol dire aggiungere valore a quei contenuti. Che poi è la diretta conseguenza del punto precedente: la curatela dei contenuti è un processo di selezione, aggregazione e verifica (eh sì anche verifica) al quale si deve aggiungere valore. “I curatori creano opere editoriali del tutto nuove, trovano, filtrano, e contestualizzano per trovare significato nella ‘nuvola’”, scrive in un bella riflessione – giustamente molto citata in questi giorni – Steven Rosembaum Ceo di Magnify.net, piattaforma di video curation  sul sito della Columbia Journalism Review, e aggiunge:

La curation, nella sua forma più pura, risolve un problema e soddisfa un bisogno crescente.

Il curatore dà delle risposte alle domande dei lettori, alla nostra voglia di comprendere meglio i fatti. Già perché i curatori, in una definizione di Maria Chiara Pievatolo che ho già usato in questo blog: non si limitano a riportare informazioni, ma suggeriscono dei percorsi e dei nessi. Sono cercatori di conoscenza e battitori di piste. Quindi disegnano contesti (e contestualizzare resta ancora una delle funzione principali del giornalismo, non è così?), tracciano percorsi nel senso che uniscono fatti, dati, idee e concetti per dare elementi utili al lettore per comprendere meglio la realtà, gli eventi che i media raccontano.

Che si tratti di far emergere, dal flusso continuo dei dati e delle notizie lanciate attraverso i media sociali, il racconto delle rivolte durante la primavera araba come Andy Carvin, o invece d’immergersi nei fondali di qualche archivio digitale per riportare alla luce (e all’attenzione del lettore) materiali dimenticati dalle prime pagine di qualsiasi ricerca su Google come Maria Popova, il fine del buon curatore potrebbe essere (con un po’ di azzardo) sintetizzato così: creare un contesto di riferimento, delineando con precisione un quadro chiaro per il lettore per guidarlo in un percorso di senso, attribuire i contenuti agli autori (e a chi glieli ha fatti conoscere), creare nuove connessioni, aggiungendo idee e analisi per dare strumenti capaci a far comprendere la realtà al lettore.

Mi sono dimenticato qualcosa?, sì ovvio, e parecchio credo. Per questo idee e suggerimenti sono bene accetti. Come sempre.

fonti e materiali:

Raccontare storie con i dati. Ovvero come il giornalismo di precisione possa incontrare quello narrativo secondo Philip Meyer

precision_jpurnalismDa una parte la precisione dei dati, il rigore scientifico nel raccoglierli e verificarli, dall’altra il fascino di una trama narrativa che ti porta dentro una storia, il racconto soggettivo di una realtà da condividere con il lettore. Il diavolo e l’acqua santa, più o meno. Tra un Gay Talese (o un Tom Wolfe, o un Jimmy Breslin) e un Philip Meyer c’è sempre stato un abisso. Vero.

Giornalismo narrativo versus giornalismo di precisione. Ma le cose possono cambiare. E se i contesti mutano Philip Meyenon è tipo da non accorgersene (o di vedere in questo mutamento solo rischi e pericoli e non anche grandi opportunità). Così lui il padre riconosciuto del precision journalism, classe 1930, una delle grandi voci del giornalismo americano (un premio Pulitzer vinto nel 1968, assieme ad altri suoi colleghi, per un reportage sulle tensioni razziali a Detroit che ha fatto storia, autore di libri fondamentali come The Vanishing Newspaper) Meyer dicevo, ti sorprende ancora per la capacità di dare come pochi altri una visione lucida sui cambiamenti e l’evoluzione del giornalismo. E magari di rivedere, a 80 anni suonati, anche le proprie idee.

Leggetevi ad esempio un suo splendido speech di qualche tempo fa (ottobre 2011) alla Medienhaus di Vienna – per la trascrizione, siamo sulle 27mila battute, dobbiamo ringraziare quelli della Nieman Report, e ha davvero valore leggerselo tutto, credetemi – dove una gran parte il “nemico” del narrative journalism la dedica proprio al possibile e assolutamente auspicabile incontro delle due “scuole” di giornalismo americano, quello narrativo e quello di precisione, appunto. Cambiano i contesti, l’accesso ai dati, e il rapporto con il lettore: la “precisione” da sola probabilmente non basta. C’è bisogno di storie che sappiano elaborare e condividere i dati sui quali, quella precisione, si basa.

Sono passi molto interessanti anche perché oggi il giornalismo dei dati (che di quello di precisione è figlio diretto) è molto spesso legato alle infografiche e alla visualizzazione interattive e molto meno allo storytelling. Anche il Data Journalism Handbook, il manuale del giornalismo dei dati nella sua edizione online dedica una sezione al tema (curata dal giornalista Martin Rosenbaum della BBC) ma, mi sembra, più come auspicio, di una strada possibile e ancora da percorrere.

L’unione tra data journalism e storytelling è ancora tutta da scrivere, per questo ho tradotto alcuni passaggi dell’intervento di Meyer proprio su questo aspetto, perché rileggerlo mi sembra un ottimo modo di tornare sull’argomento.

Entrambi i generi, giornalismo narrativo e giornalismo di precisione, sono generi speciali che richiedono competenze speciali. Se volessimo fonderli assieme come dovremmo chiamarli ? A me piace il termine “evidence-based narrative” narrativa basata su prove. Implica una buona narrazione basata su prove verificabili.

Sì, sarebbe una specialità esoterica. Ma io credo che esista un mercato per svilupparla. Il mercato delle informazioni ci sta inesorabilmente spostando verso una specializzazione sempre maggiore.

Ma un ambiente che premia la specializzazione non deve essere limitato da questioni inerenti la mera specializzazione. Deve saper costruire una specialità basata sulla metodologia.

Questo è il motivo per cui non è così folle sognare un giornalismo “evidence-based”, che coniughi precisione e narrativa, potrebbe soddisfare la necessità di una selezione dal flusso eterno dei dati e di un’interpretazione affidabile della verità. […]

La necessità di sistemi che sappiano sintetizzare ed elaborare i dati in una conoscenza condivisa, prevedo, diventerà sempre più importante. Il dato non elaborato è indistinguibile dal rumore di fondo. E come aumenterà il flusso incessante di dati, così aumenterà anche la domanda di soggetti e metodologie migliori che sappiano elaborarlo. […]

Philip Meyer

Philip Meyer

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Twitter, il flusso incessante di dati e la necessità di verificarli, il crowdsourcing, Meyer è ben consapevole che nuovi contesti impongono anche nuovi modi di pensare all’organizzazione del lavoro giornalistico, una “evoluzione” della redazione con nuove competenze.

La “folla”, le persone, possono studiare attentamente documenti scaricati dalla rete e i giornalisti possono trovarne la fonti all’interno delle agenzie per descriverne il significato o rivelare quali documenti sono stati resi disponibili. I cittadini sono grado di inviare con Twitter aggiornamenti dalla scena dove sta avvenendo un fatto, e i giornalisti possono cercare i modelli per determinare quali tweet possono essere di parte o fraudolenti.

Può essere. Ma non credo che sarà così semplice. I modelli non saranno sempre così evidenti. Maggiori competenze analitiche e narrative saranno necessarie. Non potrà succedere spesso che queste due abilità di analisi e narrazione, possano essere sempre combinate in un solo giornalista, quindi avremo bisogno di più team di reporter e di editori in grado di assumere e gestire il talento necessario. In altre parole, i vecchi media dovranno cambiare. […]

Abbiamo bisogno di nuove istituzioni per creare nuove forme di comunicazione, nuovi media che consentano di distinguere la verità dal balbettio rumoroso e richiamare l’attenzione per la loro affidabilità e comprensione. Giornalismo narrativo combinato con giornalismo di precisione potrebbe fare questo lavoro. Cominciamo.

Materiali:

Precision Journalism and Narrative Journalism: Toward a Unified Field Theory (Nieman Reports)

Narrazione e prove: il good journalism di Meyer (Data Journalism Crew)

Giornalismo, media sociali e “l’ora d’oro” (qual è la differenza tra essere veloci ed essere tempestivi?)

storyful Bisognerebbe sempre ricordare che non esistono sinonimi “perfetti”, e che anche tenere conto di certe sfumature nel significato delle parole può aiutarci a (cercare) di capire alcune cose. Prendiamo ad esempio le parole velocità, rapidità e tempestività: sì certo, possiamo anche usarle come sinonimi ma essere veloci non presume necessariamente l’essere efficaci (e nemmeno di tentare di esserlo), per dire. L’essere tempestivo invece vuol dire  “Che avviene o si fa al tempo o al momento giusto, quindi utile, opportuno” (dizionario Treccani). C’è una certa differenza, no? Domanda: il giornalismo deve essere veloce o tempestivo quando copre una notizia? Penso che si possa tranquillamente dire che tra le qualità del giornalismo non c’è la mera velocità, non c’è mai stata. Ma una delle più importanti qualità del giornalismo è l’essere tempestivo.

Ok, l’ho presa un po’ alla lontana ma mi veniva in mente questo ragionamento leggendo Finding the Wisdom in the Crowd, Cercando la saggezza nella folla, un articolo di qualche mese fa pubblicato sul Nieman Reports. In quel pezzo Mark Little per spiegare il lavoro svolto da Storyful, l’agenzia di informazione da lui fondata, che si occupa di selezionare e verificare notizie prendendo come fonte la Rete,  utilizza il concetto della Golden hour, l’Ora d’oro. Secondo Little infatti c’è:

«un tempo nei social media che è il medesimo sia per dare credito a una verità conclamata sia per rendere una bugia inarrestabile. Il tempo perché la morte di una star diventi un trend topic o che un video esplosivo emerga da YouTube. Ed è in quel tempo che il giornalismo può contare di più».

L’ora d’oro appunto, ed è quella che può fare la differenza. Quella che ti permette di essere “sulla notizia” ma come si aspettano i tuoi lettori, con autorevolezza e tempismo (l’uno è conseguenza dell’altra, non un elemento accessorio). In quel tempo se conosci le dinamiche della Rete e le rispetti, hai un discreto bagaglio di conoscenze sui metodi e gli strumenti da utilizzare puoi applicare un filtro adeguato per separare le notizie dalle bufale (Storyful ha lavorato con importanti testate per fornire materiali verificati distinguendosi in particolare per la qualità del proprio lavoro durante la primavera araba).

I fatti drammatici di Sandy Hook, la pessima copertura della notizia da parte di alcuni media americani (non tutti però) e in particolare la tremenda cantonata presa da alcune grandi testate nell’indicare in un primo momento la persona sbagliata come responsabile del massacro hanno riproposto un vecchio tema: i media sociali sono o no strumenti affidabili per la copertura giornalistica di un evento?

“Molti di coloro che criticano la diffusione di notizie false su Twitter sembrano tracciare una linea netta tra il modo in cui le persone si comportano sui social network e il modo in cui il giornalismo ‘reale’ è praticato da fonti tradizionali di notizie” ha scritto Mathew Ingram ricordando che poi, sono stati proprio due colossi come Cnn e New York Times a sbagliarsi nel dare le prime notizie della strage in Connecticut. Ne è poi nata una querelle sulle diverse metodologie di fare cronaca in real time, utilizzando le reti sociali, tutta da seguire: quiqui e qui alcuni articoli da leggere.

È un tema sul quale ancora si parlerà a lungo. Ma un giornalismo in evidente deficit di credibilità verso i propri lettori non può guardare certo ai media sociali e alle conversazioni che generano, come a un “problema” e non come a una risorsa. Sono la cultura professionale, le metodologie e gli approcci non adeguati con i quali si affrontano le sfide dei nuovi contesti che sono un (grande) problema. Voglio pensare che il lettore chieda ancora una cosa sopra le altre al giornalismo: notizie accurate e capaci di dargli strumenti per farsi una propria opinione dei fatti. Per questo sinceramente non so davvero quanto possa essere efficace lanciare una notizia con l’idea che comunque, in Rete la si possa poi correggere e modificare (insomma la filosofia del prima twittare poi verificare, il Poynter su questo tema ha scritto un articolo esemplare When to go fast, when to go slow on social media).

Certo si può sbagliare, comunque (nessuno ne è immune, con tutta l’attenzione che ci si può mettere) anche con l’«ora d’oro». Che poi alla fine è un’idea, una suggestione. Ma una suggestione utile per comprendere un approccio concreto alla professione, che sente il bisogno di acquisire nuove conoscenze nuovi approcci quanto di applicare le buone regole di sempre. O come dice ancora Little:

Abbiamo bisogno di nuovi protocolli per modellare la collaborazione tra giornalisti e comunità. Forse è altrettanto importante ripensare la collaborazione fra giornalisti, sia all’interno che al di fuori delle strutture tradizionali. Continuo a dire alla gente che stiamo entrando in un periodo d’oro del giornalismo. E lo credo davvero. Ma prima di tutto abbiamo bisogno di affrontare la sfida di ogni ora d’oro.

Le elezioni Usa, la rivincita del nerd e l’epistemologia del giornalismo

illustrazione di Jim Cooke per Gawker (via http://gaw.kr/S4viiP)

“Quando l’obiettività giornalistica si confronta con l’obiettività scientifica, i suoi circuiti sono fritti”. È una frase stupenda, l’ha scritta Mark Coddington – giornalista e contributor del Nieman Journalism Lab – che l’ha messa a conclusione di un articolo del suo blog dove, circa una settimana prima del voto delle elezioni Usa, ancora una volta prendeva le difese di Nate Silver.

Sì proprio lui l’analista e statistico criticato, se non addirittura deriso, da buona parte delle grandi firme del giornalismo politico americano e poi, a risultati acquisiti, celebrato come il grande trionfatore tra i commentatori della sfida elettorale negli Stati Uniti. L’uomo che ha azzeccato le previsioni delle elezioni elencandole stato per stato, centrandone 50 su 50 49 su 50 (ma con il risultato della Florida potrebbero essere 50 su 50), dimostrando che il precedente exploit del blogger nel 2008 (49 stati su 50) non era frutto di una delle più clamorose botte di fortuna della storia.

La storia di Nate Silver, e delle polemiche innescate delle sue analisi fatte su FiveThirtyEight il suo blog sul New York Times, l’ha ricostruita molto bene Il Post (vi rimando quindi a quell’articolo per farvi il quadro completo). Quello che trovo interessante notare è però la dicotomia tra due mondi, quello del gotha del giornalismo politico americano e quello del buon Nate Silver. Una dicotomia che Coddington ha colto molto bene e che ci dice alcune cose interessanti su una cultura che sta dietro a un certo giornalismo e che oggi viene messa pesantemente in discussione.

Procedo con ordine: tra le molte critiche piovute addosso al buon Silver c’era innanzitutto quella di partigianeria a favore di Obama, Silver dopo essersi studiato una enorme quantità di sondaggi e fatto analisi accurate aveva scritto che al 90,9 per cento avrebbe vinto Obama. Ohibò. Cosa vuole dire? Con queste affermazioni sta influenzando l’elettorato perché è di parte, tifa per Barack. In realtà Silver scriveva quello che per uno analista esperto in statistiche è assolutamente normale e limpido: ovvero che secondo lui dopo aver analizzato montagne di numeri – grazie all’algoritmo da lui perfezionato – le probabilità di vittoria di Obama erano più alte di Romney e – dovendo tradurre, da buon matematico, in numeri le sue affermazioni – le probabilità che ciò avvenisse erano 90,9 su cento contro le 9,1 del suo avversario. Punto.

D’altronde, come ha fatto notare anche Gregory Ferenstein su TechCrunch, una probabilità non è esattamente una previsione (o se preferite: fare una previsione esprimendola in termini di probabilità è cosa diversa che fare una previsione esprimendola in termini assoluti con la prosopopea di chi pensa di sapere tutto). Già ma come diavolo è possibile che si possa quantificare la possibilità di realizzarsi di un evento futuro?, e addirittura senza parlare con le fonti ufficiali ma attraverso sondaggi presi in Rete? È impossibile. È sbagliato, dicevano in molti.

A questo punto giustamente Coddington fa notare:

Quando si parla di epistemologia del giornalismo, tutto alla fine si lega all’obiettività. La norma giornalistica dell’obiettività è molto di più di un’attenzione all’essere neutrali o nel cercare di apparire imparziale. Per i giornalisti, sono le fondamenta sulle quali basare la loro autorità di poter raccontare la realtà per noi. E l’autorità dell’obiettività è radicata in un determinato processo.

Un processo, scrive Coddington, diametralmente opposto a quello scientifico di Silver. Ecco allora che la ragione per la quale l’establishment del giornalismo politico americano ha criticato aspramente Silver è semplice da comprendere: sono di due pianeti diversi, Silver per loro è un alieno. Da una parte le loro fonti accessibili solo per privilegio di professione, il loro processo di selezione, verifica dettati dal “senso della notizia”. Dall’altro c’è Silver, il metodo scientifico che ha come fonte i sondaggi che tutti, se lo vogliono, possono leggere e analizzare e un processo che può essere rintracciato per comprenderne le conclusioni alle quali giunge.

Insomma da una parte c’è un processo opaco, soggettivo, nebuloso un po’ autoritario (e sempre meno autorevole) che utilizza fonti esclusive, che tiene volutamente fuori il lettore dal processo stesso non rivelandone i meccanismi, dall’altra c’è un processo aperto, trasparente che utilizza fonti accessibili a tutti e che non pretende di essere verità assoluta ma che dichiara apertamente e chiaramente il proprio livello di affidabilità.

Tutti e due questi modi diversi di venire a conoscenza delle cose inevitabilmente producono tipi diversi di conclusioni, quelle di Silver sono allo stesso tempo molto più specifiche e meno certe rispetto a quelle degli esperti di politica.

Il processo di obiettività giornalistica non può produrre quel tipo di specificità, che è al di fuori delle sue capacità epistemologiche. Così alla fine scrive Coddington i giornalisti politici non hanno soltanto un problema sul come Silver conosce ciò che conosce ma anche su come lo espone e lo esprime. Fondamentalmente – dice Coddington – stanno confondendo la specificità con la certezza. Per loro, il modo con il quale si viene a conoscenza delle cose è inconciliabile con quel tipo di specificità. Per cui deve essere per forza un’esagerazione.

In realtà, la specificità di Silver non è arroganza è il prodotto naturale di un modo scientifico e statistico di produrre conoscenza. Le analisi statistiche producono numeri per loro stessa natura. Questo non vuol dire che sono certi: infatti, l’epistemologia delle scienze sociali è da tempo molto più incerta nel raggiungere le sue conclusioni che non l’epistemologia del giornalismo.

L’alieno Silver insomma, o il signore dell’algoritmo, o il mago o il nerd o come lo vogliamo chiamare sta mettendo in discussione le certezze sulle quali si è basato un certo giornalismo politico, la sua autorevolezza e il modo con la quale è stata ottenuta. Ed è un segnale importante, da cogliere perché ci conferma ancora volta che fare informazione dovrà essere sempre più una pratica capace di ripensare il proprio processo di lavoro: il rapporto con le fonti, con i dati, con le risorse messe a disposizione dalla rete. Un processo che dovrà acquisire sempre nuove specificità, nuove conoscenze con le quali saper leggere la realtà per non andare in cortocircuito. E non ultimo dovrà essere sempre più capace di mettere  la propria autorevolezza al vaglio di processi aperti e trasparenti.