Crowdfunding e giornalismo: sette cose da sapere prima di realizzare una campagna di finanziamento

f8af0770f5e711e29b0322000ae80f35_7Un po’ di tempo ne è passato da quando, era la fine del 2008, per primo a David Cohn venne l’idea di associare il crowdfunding, reduce dalle formidabili performance delle campagne di Obama, al giornalismo d’inchiesta. Il risultato fu Spotus: startup seguita con un certo clamore tra gli addetti ai lavori che fece chiedere a molti: sarà il crowdfunding a salvare il giornalismo?

Ma non è stato così. O meglio, non è stato esattamente così. Se infatti è vero che l’uso del finanziamento della “folla” anche in campo giornalistico è sempre più diffuso e i casi di successo siano moltiplicati da allora, bisogna anche sottolineare come non manchino affatto segnali poco positivi sulle sue capacità di proporsi come un vero modello economico alternativo. In modo particolare per le piattaforme esclusivamente dedicate al giornalismo.

Ad esempio: Spot.us oggi sopravvive all’abbandono del suo creatore (passato a un’altra startup Circa dedicata all’informazione su mobile) e dal 2011 è stato ceduto ad American Public Media che a dicembre scorso aveva promesso investimenti per riposizionare il progetto: scorrendo il sito vediamo che, ad oggi, l’ultimo progetto “fully funded” è del 29 agosto 2012. Non certo quella rivoluzione che ci si aspettava.

Un altro segnale recente (giugno 2013) poco rassicurante in questo senso è il fatto che gli ideatori di una delle esperienze più riuscite e interessanti del crowdfunding giornalistico come Emphas.is abbiano dovuto lanciare una raccolta fondi per garantire la sopravvivenza della piattaforma, alla quale evidentemente non bastano i risultati eccellenti di questi due anni: 42 progetti finanziati per una cifra totale di circa 440mila dollari (in media poco più di 10mila dollari a progetto) per garantirle un futuro tranquillo.

In Italia si continua a utilizzare questa strada in piattaforme “generaliste” come Eppela o Produzioni dal basso, ma gli spazi esclusivamente dedicati al reporting  in questi anni (Dig-it, Spotus Italia e YouCapital) sono nati e definitivamente terminati nonostante gli ottimi propositi (l’unico in funzione è oggi, a quanto mi risulta, PubblicoBene limitato a progetti  nel territorio dell’Emilia Romagna).

Certo in campo internazionale continuano a tutt’oggi storie di folgorante successo. Ad esempio il caso del magazine online olandese De Correspondent o ancora Matter basato sul longform journalism che ha raccolto su Kickstarter  140mila dollaritutte testimonianze che questo approccio può funzionare, eccome, anche per il giornalismo di qualità. Così come nuove interessanti piattaforme dedicate al giornalismo continuano a nascere: un esempio recente è Vourno.

C’è anche da dire che pensare al crowdfunding, solo e unicamente, come a un modello di business è limitativo: è anche una strategia che mette in moto nuove relazioni e approcci tra lettori e giornalisti con implicazioni ancora tutte da valutare. Anche dal punto di vista etico come ha mostrato il recente “caso” Crackstarter (dove il celebre sito scandalistico Gawker ha chiesto al pubblico, tramite piattaforma Indiegogo, di raccogliere la somma di 200mila dollari necessaria per impossessarsi del presunto materiale “scottante” riguardante un uomo politico).

Quindi alla fine più che chiederci se il crowdfunding funziona o no per il giornalismo, è forse più utile pensare a come utilizzarlo al meglio, e chiedersi cosa un giornalista freelance o una redazione hanno bisogno di fare per mettere in piedi un progetto di finanziamento su base comunitaria che abbia qualche chance di successo.

QUALCHE CONSIDERAZIONE E UN PO’ DI CONSIGLI SU COME PROGETTARE UNA CAMPAGNA DI CROWDFUNDING GIORNALISTICO 

crowd funding

Sull’argomento più o meno recentemente sono stati pubblicati un po’ di articoli interessanti, come ad esempio 13 ways to get your journalism project crowdfunded di Laura Shin sul Poynter,  e poi ProPublica: 3 Things We Learned About Crowdfunding Journalism su Mashable e A Kickstarter tip for journalists from ProPublica: Crowdfunding is a lot of work su GigaOm, questi ultimi due sull’esperienza che la pluripremiata testata online ha fatto con un progetto avviato sulla piattaforma Kickstarter (che ha raccolto in un mese 25mila dollari). Segnalo anche questo articolo del Nieman Lab: How to make your journalism project succeed on Kickstarter.

Ecco le considerazioni e le riflessioni di questi articoli le ho messe un po’ insieme e riviste, sono per la maggior parte fatte per Kickstarter ma, ovviamente, possono valere in generale, anche se certo conoscere le caratteristiche peculiari di ogni piattaforma e utilizzarle al meglio è un punto fondamentale.

C’è una prima considerazione da fare: il giornalismo è tra le varie “discipline” che utilizzano il crowdfunding quella con meno “appeal”, per una semplice ragione, come fa notare Blair Hickman di ProPublica: “uno dei maggiori ostacoli da affrontare è il fatto che le campagne su Kickstarter funzionano meglio per i progetti concreti e definiti come un documentario, una nuova stagione di un podcast o un nuovo livello di un videogioco: i giornalisti investigativi invece di norma non sanno quale sarà il risultato finale che il loro lavoro produrrà“.

Seconda considerazione: il crowdfunding non è solo uno strumento per singoli giornalisti freelance, ma ha valore pensarlo anche per redazioni – piccole o grandi che siano – anche per le sue potenzialità di engagement con le comunità di riferimento. E anche per gruppi di freelance che si organizzano in un unico progetto.

Ecco quindi un po’ di consigli:

#1 Definire bene il progetto e presentarlo in modo chiaro e creativo. Vista la prima considerazione che abbiamo fatto è particolarmente importante per un progetto di giornalismo investigativo essere molto chiari nel comunicare il progetto. Come detto stiamo “vendendo” qualcosa che non sappiamo esattamente a quale risultato porterà, ha quindi valore spendersi anche a livello creativo (un video di presentazione è quasi obbligatorio) per dare un’idea precisa di quelle che sono le vostre motivazioni nel fare proprio quel reportage. Può sembrare la cosa più scontata, ma è lì che vi giocate il reale coinvolgimento delle persone e soprattutto dei possibili donatori.

#2 Mobilitate i vostri lettori e le vostre reti sociali. Prima di iniziare una campagna Kickstarter, è meglio avere una lunga lista di persone a cui comunicarlo. In caso contrario, a meno che non siate abbastanza fortunati che la piattaforma utilizzata metta il vostro progetto sulla propria homepage, solo in pochi sapranno che il progetto esiste. Quindi è fondamentale iniziare da una base consolidata di persone che già vi conoscono: i vostri lettori (che siate una redazione o un blogger), le comunità online e offline con le quali siete già in contatto e che già seguono e apprezzano il vostro lavoro e l’impegno in precise aree tematiche.

#3 Spendere (molto) tempo nella promozione. Bisogna dedicare parecchio tempo alla promozione progetto, bene saperlo subito. Quali sono le strategie per comunicarlo alla maggior parte dei possibili donatori? La Hickman a ProPublica ha puntato molto su social networking, email di sensibilizzazione e lanci di aggiornamento sul progetto sul sito di ProPublica e una presenza quotidiana sui vari profili nei social media. Così è molto significativo che per il suo progetto alla fine la maggioranza delle persone, quasi il 90%, sia arrivato da referres fuori dalla piattaforma Kickstarter.

Altra cosa fondamentale è elaborate una strategia di sensibilizzazione verso una serie di persone influenti a cui far conoscere prima il progetto in modo che possano eventualmente sostenerlo e condividerlo. Infine se fate parte di una redazione medio/grande pensate seriamente di dedicarvi una persona a tempo pieno. Calcolate anche per questo il costo e quanto incide sul budget totale.

#4 Pensare con cura alle ricompense per i sostenitori (e attenzione, fate bene i conti!). Le ricompense per i donatori sono una parte cruciale dei progetti di crowdfunding (soprattutto su Kickstarter che se ritiene questo aspetto poco curato può anche decidere di non approvare il progetto). A ProPubblica dice ancora la Hickman “abbiamo cercato di essere creativi ma anche di pianificare bene le ricompense da offrire per i diversi livelli di donazione. Ad esempio 25 dollari: una T-shirt, 50 dollari accesso esclusivo a podcast, 5mila dollari disponibilità a parlare in un evento di una celebrità coinvolta dal progetto”.

“Funding is just the beginning” scive il Poynter: offrite ai vostri sostenitori regolari aggiornamenti che mettano a conoscenza del processo creativo, le migliori ricompense sono quelle che fanno sentire i sostenitori parte di un progetto che hanno contribuito a rendere possibile.  Più che magliette con logo è utile pensare anche a cose come accesso al processo editoriale, aggiornamenti in tempo reale o contenuti (pubblicazioni, testi, foto, video, podcast) del reportage in esclusiva per i donatori.

Ma attenzione, fate bene i vostri conti: quanto pagate per i premi?, quanto incidono nel budget?, quanto costa la loro spedizione a ogni singolo donatore?, (e qui ci potrebbero esserci anche delle belle sorprese). Avete stanziato un extra budget per il marketing o sono una parte dei fondi raccolti sulla piattaforma che devono sostenerli? Fissare un tetto (ad esempio 10% del totale) su queste tipo di spese e verificatelo con i costi unitari moltiplicati per i donatori che pensate possano essere coinvolti (e vai di foglio Excel).

#5 Considerate bene regole finanziamento e tasse commissione. A proposito di costi, alla prima voce del bilancio per il progetto di giornalismo, è necessario tenere conto delle commissioni, che non sono uguali per tutte le piattaforme. Per esempio, Kickstarter si tiene una quota del 5% dal totale di un progetto finanziato con successo, mentre Indiegogo il 4% su progetti che fanno centro e il 9% su quelli che non lo fanno. Considerate bene anche vantaggi e svantaggi sulle regole di finanziamento per le diverse piattaforme: ad esempio quelle “tutto o niente” (come Kickstarter o Eppela) o “prendi tutto” (per saperne di più leggi qui).

#6 Valutate bene la durata della campagna
Quanti giorni far durare il progetto?, 30 o 60 o più? Scegliete una campagna abbastanza lunga per dare tempo di lanciarsi al progetto, ma abbastanza breve per dare un certo carattere di urgenza (le campagne troppo lunghe tendono a languire dicono al Poynter). Kickstarter ad esempio non permette campagne più lunghe di 60 giorni.

#7 Non dare niente per già acquisito. Ultimo consiglio: avete già rotto il ghiaccio con un progetto e vi è andata bene. Bravi. Ma attenzione: non date per scontato che le persone siano eccitate anche per la vostra seconda campagna così come si sono dimostrate per la prima. Per ogni campagna ricominciate da capo e non date niente per già acquisito, altrimenti la delusione potrebbe essere doppia.

Nota: ho parlato molto di Kickstarter, ma può essere usato dall’Italia? Sì qui e qui un po’ di informazioni su come fare.

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Social media editor: qualche ipotesi per un piano di lavoro in redazione

245baa9ae1ac11e2b22122000a1fc95b_7Quando Jennifer Preston prima giornalista ad assumere il ruolo di social media editor in una grande giornale (era il 2011) annunciò, dopo solo due anni dalla sua nomina, che sarebbe tornata a fare la reporter a tempo pieno la cosa, a molti, sembrò del tutto naturale. Il ruolo aveva come obiettivo principale quello di evangelizzare i redattori del New York Times e introdurli all’uso quotidiano dei media sociali nel loro lavoro. Una volta evangelizzati, una volta digeriti da parte dei colleghi i socialcosi, il lavoro poteva dirsi concluso. Insomma già allora sembrava chiaro che per sua natura quello del social media editor fosse comunque un incarico nato con la data di scadenza.

Nonostante questo, del ruolo del social media editor – della sua funzione e della sua reale utilità – se ne torna a parlare periodicamente. Ad esempio non molto tempo fa (fine maggio), per un articolo dove Rob Fishman di BuzzFeed dove di questa figura professionale si sentenzia la morte. Sì certo, quello di decretare la morte di qualcosa – qualunque cosa – in realtà è ormai diventato un filone (un sottogenere?) giornalistico molto prolifico. L’articolo però ha avuto il pregio di suscitare e mettere in circolo un po’ di opinioni interessanti sull’argomento.

Mathew Ingram ha fatto notare che “molti social media editor non sembrano realizzare effettivamente molto – il fatto è che tutto ciò che riguarda i social media è ormai diventato centrale per quello che la maggior parte dei mezzi di comunicazione stanno facendo, avere una persona specifica dedicata a farlo sembra un anacronismo”.

E in effetti questo ruolo professionale o è davvero capace di rinnovarsi continuamente o rischia di restare solo una delle tante etichette (social media qualcosa) da appiccicare su un biglietto da visita o un résumeé. Certo nelle testate più importanti un bel po’ di passi avanti ne sono stati fatti: dall’one-man-band che deve occuparsi di tutto quello che ruota attorno ai social media a staff organizzati e con mansioni molto più articolate. Quindi per i più oggi il questa figura professionale in realtà dovrebbe essere sempre più avere il ruolo di gestire il cambiamento tenendo il passo di una tecnologia che continuamente si evolve: chi fa informazione professionale oggi deve sempre misurarsi con nuovi strumenti e nuove piattaforme, serve quindi che queste novità sappia capirle, testarle e introdurle nel miglior modo all’interno del ciclo produttivo giornalistico. Oggi, insomma il ruolo ha bisogno anche di dare strategie e non solo di gestire i problemi quotidiani.

Il senso dell’evoluzione di questo ruolo, a mio giudizio l’ha dato Meghan Peters che a Mashable è community director (ruolo per il quale dirige uno staff di quattro persone che hanno compiti relativi anche ai media sociali) in un pezzo dove sostiene che “il nostro compito maggiore è immergerci nelle ultime tecnologie per quantificare e valutare il loro possibile valore per l’organizzazione. Funzioniamo come una sorta di centro di intelligence sociale”, perché “ci sarà sempre comunque bisogno di qualcuno che stia un passo avanti agli altri a sperimentare”. Emerging media editor è, non a caso, il nuovo ruolo assunto da qualche mese al Wall Street Journal da Liz Heron figura “storica” dell’introduzione dei media sociali nelle redazioni.

Tutto vero, però è anche da tenere di conto che fuori dal ristretto cerchio delle realtà più evolute, molto comunque resta da fare per migliorare la qualità e la pratica dell’uso dei media sociali nel lavoro quotidiano di un giornale (che sia online o su carta, ovviamente).  In fondo ha ragione Daniel Victor quando sostiene che a concentrarsi sempre sul “futuro” di questo ruolo si finisce anche per essere un po’ noiosi, soprattutto se ci si avvita sempre sui massimi sistemi e non si suggerisce qualcosa di concreto:

Anche per questo è forse più utile tornare ai “fondamentali” e, al di là di tutte le belle analisi, chiedersi: cosa deve fare concretamente oggi chi si occupa di social media in una testata per essere realmente utile alla redazione? Una domanda questa che si è posta in un bell’articolo anche Mandy Jenkins interactive editor (un altro termine per dire “qualcuno che si occupa di innovazione dentro la redazione”) a Digital First Media: le sue risposte mi sembrano ottime e quindi le ho tradotte (con qualche licenza, a dire il vero) perché di fatto rappresentano anche un buon piano di lavoro. Eccole:

Sviluppa e pianifica l’uso dei social media in tutta l’organizzazione. Aiuta i membri della redazione a integrare i media sociali in tutto il ciclo del loro lavoro e ne pianifica lo sviluppo – non limitandosi a fornire uno strumento, lasciando poi che i redattori se la sbrighino da soli, ma monitora come lo utilizzano, dà suggerimenti e li incoraggia a crescere.

Gestisce la presenza social della testata, il che non vuol dire starsene tutto il giorno a smanettare su Tweetdeck, ma essere capaci di guidare il messaggio nel suo complesso.

Sviluppa tutte le azioni possibili per incrementare l’interazione tra la redazione e le comunità di riferimento. Quindi dà suggerimenti su come i vari strumenti dai social media alla cura dei contenuti, dal crowdsourcing alle fonti UGC  (user generated content) possano adattarsi a particolari piani di copertura delle notizie. Sperimenta nuovi strumenti preoccupandosi di avere sempre dei feedback concreti basati su metriche.

Riconosce e suggerisce le situazioni dove è più saggio non usare i media sociali, perché anche questa è una mansione importante  da svolgere  se sei la figura professionale che incoraggia l’uso corretto dei social media.

Agisce come una sorta di operatore del servizio clienti, sia all’interno che all’esterno della redazione. Deve essere un punto di riferimento e di ascolto per tutte le questioni e i dubbi che possono nascere attorno all’utilizzo dei media sociali: dai problemi etici ai dubbi e le preoccupazioni che possono riguardare l’autenticità di fonti UGC e, in generale, su tutto ciò che riguarda le modalità per selezionare e verificare notizie provenienti dai social network.

Costruisce e/o sviluppa una strategia  relativa ai social media per l’intera organizzazione, con una visione più ampia possibile che parta sì dalla redazione ma poi si estenda anche all’ufficio vendite e al commerciale, al marketing e al management. Lavora per avere una visione d’insieme su quello che i vari settori dell’organizzazione stanno facendo con i social media e pensa a come, tutte queste parti, possano essere messe insieme in maniera intelligente e proficua per tutti.

Fonti e approfondimenti:

Fruttero & Lucentini, il professor Marziano e una lezione su come dialogare con i propri lettori

e45b4fced66e11e2a0fd22000aa8039a_7Quando l’editore di Urania propose a Fruttero & Lucentini di istituire la più classica delle rubriche “la posta dei lettori”, anche nelle storica rivista di fantascienza che loro curavo, ai due l’idea non andò molto a genio.

Probabilmente per sterzare le pressioni dell’editore e accontentarlo in qualche maniera F&L pensarono a qualcosa di apparentemente simile, ma in realtà molto diverso: “inventammo allora una ‘rubrica scolastica’ proponendo esercizi di scrittura in prosa, in versi nonché di traduzione” racconterà Fruttero molti anni dopo.

L’idea che per molti versi poteva sembrare appunto “scolastica” e didascalica in mano ai due diviene un piccolo capolavoro sul come parlare ai propri lettori e sapersi relazionare con la comunità di riferimento in modo proficuo e maturo.

Parte di quelle lezioni sono raccolte – assieme a molto altro materiale – in quello  splendido libro che è I ferri del mestiere (edito da Einaudi e ristampato nel febbraio 2013). In particolare quelle sulla traduzione dove il “compito” assegnato è semplicemente una frase tratta da un racconto dello scrittore Theodore Sturgeon: Lucentini alias “professor Marziano” gioca, si diverte ma non si risparmia (ha parole per molti dei 128 lavori arrivati in redazione).

E soprattutto fa una precisa scelta di campo: avrebbe potuto molto più comodamente – e  sicuramente con molto meno dispendio di energie – elargire come molti altri al suo posto solo qualche spicciolo di sapienza, parlare di massimi sistemi o cucirsi addosso il ruolo di Grande Dispensatore di Verità Assolute. E invece:

«Direi che questo della correzione minuziosa e ragionata di molte traduzioni d’un singolo testo è l’unico sistema per avviare realmente qualcuno al mestiere di traduttore (mentre, direi anche, i grandi concetti, i grandi pensamenti […] servono solo ad accrescere la già fittissima schiera dei presuntuosi, dei confusionari, degli incapaci)».

Lucentini vuole insomma dare concretamente degli strumenti. Far comprendere al lettore cosa realmente voglia dire lavorare su un testo in modo professionale. Facendo capire che non esistono particolari trascurabili (a un certo punto fa notare che anche i puntini di sospensione vanno “tradotti”) perché il testo che traduciamo poi passerà in mano a impaginatori, grafici e altre figure professionali che hanno bisogno di rispetto e quindi di precisione e coerenza.

Sono delle pagine meravigliose,  una volta incontrate e assimilate cambieranno per sempre a noi lettori il modo di  giudicare un testo tradotto. Ci sono delle perle che possono essere applicate non solo alla difficile professione della traduzione ma, estendendone il concetto, alla scrittura in generale. Un esempio? Ecco la prima regola dettata da Lucentini:

«Per tradurre un qualsiasi testo, applicate pure qualsiasi criterio vi piaccia. Non è affatto vero che certi testi debbano essere necessariamente tradotti in un modo, e certi altri in un altro. Non esiste, in questo campo, alcuna regola a priori. Ma ne esiste una, ferrea, a posteriori: quale che sia il criterio scelto, esso va applicato fino alla fine. Se, a un certo punto, non vi riesce più di applicarlo, vuol dire che – adatto o no al testo – il criterio in questione era inadatto per voi».

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Ma al di là di questo c’è un aspetto che qui voglio sottolineare. A un cero punto, circa a metà della lezione, Lucentini fa una precisazione: questa volta non sul come tradurre bene un testo, ma su come una redazione dovrebbe pensare e impostare il proprio lavoro in relazione alla comunità dei lettori alla quale si rivolge. Ecco leggiamo:

«Il solo guaio è, m’avverte il signor Preside, che queste mie prediche, venendo da questo pulpito, potranno anche costituire nelle mani dei lettori una terribile arma contro di noi, cioè contro le traduzioni pubblicate da Urania: dove ai caffè può accadere di essere sorbiti, e alla gente di recarsi, ma il signor Preside, dopo qualche notte insonne, ha finito per darmi via libera proprio perché preferisce che queste critiche tutti i lettori siano in grado di farle da sé, e (a differenza di tanti paludati recensori) di farle bene: nella convinzione che il notevolissimo sforzo già fatto da Urania per migliorare il livello generale delle traduzioni risulterà tanto più chiaro quanto più il pubblico, nel suo insieme, s’abituerà non solo a riconoscere particolari errori o trascuratezze, ma anche a istituire… particolari confronti».

Il signor Preside è l’editore e “sorbire” e “recarsi” due termini che Lucentini nei suoi commenti raccomanda ai lettori di non utilizzare mai, perché fintamente forbiti e distanti dal linguaggio parlato. Ma quello che è da notare oggi è l’idea che quel salire in cattedra, seppur con immensa ironia (ma anche immensa professionalità e competenza), possa in qualche modo mettere in difficoltà la rivista perché nei testi pubblicati – nonostante le indicazioni precise dei propri curatori – “ai caffè può accadere di essere sorbiti, e alla gente di recarsi”.

Insomma se ai lettori metti in mano quella “terribile arma” che sono gli strumenti per capire la qualità di un lavoro (di traduzione, ma il principio vale per tutto: editing, scrittura), poi quegli stessi strumenti – i lettori – li useranno anche per giudicare il tuo lavoro. Il rischio è quindi di un effetto boomerang.

Ma Lucentini ribalta completamente il concetto: no, è proprio spendendosi per mettere in mano ai lettori questi strumenti che la rivista svolge il proprio ruolo. E se ci esponiamo al dileggio dei “soliti criticoni” pazienza. Fa parte del gioco.

Ma è nel preoccuparsi di far crescere la consapevolezza di cosa sia il tuo lavoro, spendendosi al massimo nel condividere i ferri del tuo mestiere, nel prendere per mano i lettori con esempi concreti e suggerire l’importanza fondamentale di alcuni particolari e di alcune sfumature apprese in anni e anni di onorata professione sul campo – e aprendoti poi al dialogo con loro – che la rivista può migliorare.

Non è un punto di debolezza ma di forza. È il vero senso, l’obiettivo dell’interagire con i tuoi lettori. Perché interazione è anche preoccuparsi di dare loro strumenti concreti che li aiutino a valutare per conto proprio la qualità del tuo lavoro.

una copertina di Urania degli anni '60

una copertina di Urania degli anni ’60

In questo blog ho parlato spesso di politiche di interazione, di “community engagement” legato all’editoria e all’informazione, mettendo in evidenza una caratteristica che lega i buoni esempi che ho descritto: l’interazione è una strada a due vie, sempre. E la prima motivazione per farla è l’essere convinti che questo dialogo che si instaura con i lettori ha, come primo effetto, quello di migliorare la qualità del proprio lavoro. Marketing e promozione dei propri “prodotti” sono elementi fondamentali ma vengono dopo e, se si è lavorato bene, di conseguenza.

Per questo la “lezione” di community engagement di oltre cinquanta anni fa (non l’ho ancora scritto?, era il 1964  1962) della premiata ditta Fruttero & Lucentini è a mio modo di vedere comunque da manuale. Sì lo so, è stata realizzata in un contesto molto particolare come la rivista Urania e molti scenari sono cambiati da allora (oggi più complessi, più complicati). Eppure sì ancora oggi ci segnala una strada importante da seguire.

approfondimenti:

Un altro pianeta – Domenico Scarpa sui Ferri del mestiere (La Prosa della Domenica)

Separare i fatti dalla finzione online

Questo intervento di Markham Nolan dell’agenzia Storyful (che si occupa per molte importanti testate di selezionare e verificare  materiale proveniente dalla Rete, ne avevo parlato qui) è stato lo spunto per scrivere sul sito di TEDx Bologna qualche riflessione in merito al rapporto tra giornalismo e web. Se avete voglia l’articolo lo potete leggere qui

Media volontari e vecchie metriche

metrics“I media dovrebbero investire nel business delle relazioni e non solo in quello dei contenuti”, ha scritto Jeff Jarvis nel suo blog tempo fa, precisando così la sua affermazione: “in altre parole, il valore dei media non è necessariamente intrinseco nei contenuti – nel senso che ‘devi pagare per questo prodotto perché il lavoro nel crearlo ha un valore’ – ma può essere realizzato nelle relazioni che si formano intorno a quel contenuto”.

Il punto è che l’industria dei media (e in particolare dell’informazione online) ha in questi anni cercato di risollevarsi dalla propria crisi principalmente cercando la risposta ad una domanda: come obbligare le persone a pagare per i contenuti che possono trovare gratuitamente in rete? Ma se una risposta soddisfacente fatica – ormai da anni – ad essere trovata, forse è bene cominciare a dubitare che sia la domanda stessa a essere sbagliata.

In questa direzione Jarvis dice che il mondo dei media e quello della pubblicità diventeranno sempre più “volontari”, molto più di quanto non lo siano già adesso. Cosa vuol dire? Per spiegarsi cita due recenti interventi di due donne molto diverse tra loro: la cantante e performer Amanda Palmer e Susan Wojcicki, vicepresidente di Google.

La Palmer in un suo apprezzatissimo intervento al TEDTalks, racconta come la sua esperienza di artista di strada sia stata decisiva per mettere a punto uno dei progetti di crowdfunding più riusciti della storia della celebre piattaforma Kickstarter. L’arte di chiedere (così si intitola il suo intervento, di cui ho parlato anche qui) l’ha scoperta quando in piedi su una cassa all’incrocio della strada si esibiva come mimo  aspettando che i passanti le donassero qualche spicciolo. Ma era proprio in quell’istante che si creava un rapporto (un legame?) tra lei e la persona che le stava di fronte. Perché l’atto di chiedere – ci dice la Palmer – crea comunque una relazione, una connessione “peer to peer”, tra le persone. E se sei capace di trasformare quelle singole connessioni in qualcosa di vero e autentico, è molto probabile che quelle stesse persone abbiano poi il desiderio di realizzare qualcosa con (per) te.

Le persone sono ossessionate dalle domande sbagliate, una di queste è: come possiamo convincere le persone a pagare la musica? Che ne dite se invece cominciassimo a chiederci: Cosa dobbiamo fare per lasciare che la gente paghi la musica”.

Insomma, ci dice la Palmer, non chiederti come fare per obbligare la gente a pagare per quello che fai ma mettiti in gioco, scendi dal tuo piedistallo e comincia a costruire dei rapporti grazie ai quali la gente senta la necessità di farlo: perché si sente parte di un progetto, perché si riconosce in quello che fai, perché lo avverte come un elemento importante del proprio essere persona tra le persone. Già ma per farlo devi spendere tempo e risorse (non solo economiche ovviamente ma di “voglia di esserci”).

I media e la pubblicità, ricorda Jarvis nel suo articolo, hanno ancora molta difficoltà nel realizzare rapporti di questo tipo perché non sono progettati per parlare con le persone, in quanto persone. Sono progettati per misurarsi con le masse (ovvero con le persone in quanto numero). Internet, le reti sociali, stanno mettendo in discussione molti dei paradigmi della vecchia industria della comunicazione. Questioni di scala da ripensare e ricalibrare: ad esempio il primo disco della rock band della Palmer aveva venduto 25mila copie, un’inezia, un vero fallimento per gli standard di una major discografica. Ma 25 mila persone sono state più che sufficienti – guarda un po’ – nel mondo di internet, per finanziare quella stessa band e raccogliere in qualche settimana oltre un milione di dollari.

L’altra donna citata da Jarvis è la Wojcicki (responsabile del 96 per cento delle entrate di Mountain View dicono qelli di Forbes) che invece ha scritto un breve post molto interessante dove elenca i cinque punti che, a suo parere, caratterizzeranno il futuro dell’advertising online (e visto il “peso” del personaggio io un’occhiata, se non lo avete già fatto, ce la darei). Guardate cosa mette al primo posto:

Scelta: Ci stiamo rapidamente muovendo sempre più verso un’economia basata sulle scelte, nella quale gli utenti scelgono con un click, sia per quanto riguarda la pubblicità che i contenuti, ciò che vogliono vedere. Negli anni a venire, la maggior parte delle visualizzazioni degli annunci pubblicitari saranno sempre più efficacemente diventate volontarie.

Oggi nell’epoca dell’abbondanza, in un ecosistema digitale sovraffollato di “cose” (testi, video, file, musica, immagini) e fonti (i media tradizionali e mille altre piattaforme) obbligare le persone a vedere/cliccare/comprare qualcosa sarà sempre più difficile, dice ancora Jarvis, se non hanno davvero intenzione di farlo. Soprattutto se il valore dei contenuti provenienti dai media non sarà realmente percepito dal lettore, ma imposto – giusto o sbagliato che sia – da paywall e da copyright.

Bene, ma se per i media sarà sempre più importante investire con decisione sul “relashionship business”, sull’interazione che nasce tra contenuti e tra le persone, allora si ripropone una questione: quale tipo di relazione, quella che anche nei nuovi “ambienti” si basa solo sulla quantità, sui numeri o quella sulla qualità e l’”intensità” dei rapporti costruiti nel tempo?

Almeno  in teoria una delle necessità introdotte dai nuovi media dovrebbe essere quella di superare molte delle vecchie metriche che oggi gli editori e i responsabili marketing utilizzano per valutare il valore dei contenuti. Ma non è così. Nel mondo dell’informazione i media online ci propongono come “nuovi modelli vincenti” quelli nei quali i contenuti sono remunerati pochi spiccioli e valgono, prima di qualsiasi altro parametro, per il numero di click che generano. La valutazione ancora oggi si fonda essenzialmente sulla quantità prima che sulla qualità:  dalla quantità di click sui display advertising alle pageview ottenute con titoli a effetto, fotogallery pruriginose e altri mezzucci vari. Così la quantità vince ancora, nelle logiche di investimento, sulla qualità di costruire un rapporto duraturo basato sulla  fiducia con l’utente. Alla faccia del nuovo che avanza.

Della necessità di superare questi modelli se ne parla da un po’, ma ultimamente sul tema dei nuovi parametri è nato in rete un bel dibattito (innescato da un interessante articolo dal titolo esplicativo Page Views Are Dead, Long Live Engagement) che ha valore seguire. Tra gli altri ne hanno scritto Mathew Ingram, su paidContent riprendendo dati diffusi da Chris Dannen su FasCompany che consiglio di leggere. Qui da noi è sicuramente da seguire Pier Luca Santoro, (qui, qui e qui) che supporta anche con dati e cifre la necessità di ripensare e superare alcuni parametri di valutazione, e Davide Pozzi che fa alcune precisazioni tecniche molto preziose.

Quindi alla fine, se veramente investire nella qualità e nell’iterazione diventerà sempre più una strada obbligata, per parlare alle persone in quanto persone e non come masse, ci sarà però bisogno di un elemento essenziale: il tempo. Il tempo per creare contenuti di valore, il tempo da spendere nel leggerli, il tempo di “spendersi” per interagire seriamente e con continuità. Una maggiore attenzione al “fattore tempo” sia nel creare che nel valutare i contenuti da parte dei media rappresenterebbe davvero una svolta. Decisamente troppo bello per essere vero.

Content curation e giornalismo: perché agli editori conviene avere cura del proprio archivio

tumblr_m1txeheo0D1qfdbuoo1_5002“All’inizio il web non ha plasmato se stesso come un’edicola, ma come un archivio, una biblioteca priva d’ingombro” scrive in un bell’articolo, The Archive is a Campsite, Aaron Lammer cofondatore di LongForm sito che promuove la lettura dei contenuti estesi e non consumabili in pochi nanosecondi. LongForm in particolare, come l’altro sito “gemello” Longread, segnala articoli di non-fiction sia recenti come vecchi di anni pubblicati dalle maggiori testate americane, mettendo a disposizione dei lettori un eccellente archivio aggiornato quotidianamente di contenuti di qualità. La sorpresa è – scrive Lammer – che a uno sguardo attento ai dati di accesso di LongForm si scopre che le vecchie storie sono lette nella stessa frequenza di quelle più recenti.

Sorprendente? Sì perché c’è un primo aspetto interessante che Lammer mette in evidenza – abbastanza ovvio se vogliamo – ma sul quale ha valore fare delle riflessioni: la lettura dei contenuti online è caratterizzata da una dicotomia tra nuovo e vecchio, ed è il nuovo ad aver sempre più il sopravvento sul secondo.

Il “fiume” e l’archivio

La nostra esperienza di lettori nel web è dominata dall’ossessione del “refresh”, nella perenne attesa di nuove notizie. Se ci separiamo dai nostri collegamenti per un po’ ci chiediamo quali news ci siamo persi, ma più che la notizia di per sé – scrive ancora Lammer – è la nostra esperienza collettiva della notizia che si appiattisce sotto la dittatura delle breaking news, del real time, dei dibattiti che il giorno dopo sono già vecchi. La notizia insomma diventa qualcosa da consumare in fretta ed estremamente deperibile. La stessa architettura utilizzata fin dalla loro nascita dai blog e dai siti di news – la struttura “a fiume” – è da sempre stata pensata per sottolineare la supremazia del nuovo sul vecchio: gli articoli scorrono in un elenco a colonna uno dietro l’altro, il più recente a sostituire nell’interesse del lettore il meno recente. È come un fiume. Un fiume che scorre trasportando la nostra attenzione in un’unica direzione…

Il fiume ha molti significati: i visitatori abituali hanno bisogno di sapere se qualcosa di nuovo è stato pubblicato dalla loro ultima visita. Il suo design suggerisce che i nuovi articoli, come le auto nuove, perdono di valore solo un minuto dopo che sono uscite dalla loro concessionaria. Il fiume, diciamo a noi stessi, è democratico. Ogni articolo si colloca nel posto giusto, poi galleggia lontano, obsoleto e dimenticato. Il fiume è il progresso. Gli articoli pubblicati oggi sono migliori di quelli pubblicati lo scorso anno.

Eppure così facendo ci perdiamo molto. Certo è normale che l’attenzione verso quello che accade oggi sia più alta rispetto a quello che accadeva un anno fa. È indubbio però che la sperequazione di valore attribuita dagli editori online ai contenuti nuovi rispetto a quelli archiviati è sempre più evidente. Eppure molti “luoghi” tra i più frequentati dagli internauti basano la loro fortuna proprio sul fatto di offrire ai loro utenti un archivio estremamente vasto e facilmente consultabile (e non certo solo di contenuti recenti): YouTube può essere un esempio su tutti.

Non sappiamo se una sorta di YouTube “testuale” altrettanto efficiente potrà mai vedere la luce (ma non mettiamo limiti alla provvidenza internettiana) ma sappiamo bene che proprio sull’idea di archivio si è basata l’”invenzione” dei motori di ricerca che sono diventati la porta di ingresso, l’interfaccia per eccellenza della nostra esperienza di lettori nel web. Solo che ben presto anche con questi strumenti ci siamo assoggettati alla dittatura del “più cliccato, più nuovo = più bello”: le cose interessanti sono quelle in alto, ai primi posti delle ricerche su Google, tutto ciò che fluttua più in basso oltre la prima pagina dei risultati perde di valore e interesse, addirittura è come se non esistesse più.

Un’interfaccia per il passato: archivi e cura dei contenuti

Domanda, come valorizzare i contenuti del proprio archivio? Risposta: avendone cura. Letteralmente. La cura dei contenuti sui materiali d’archivio è sempre più necessaria per le testate d’informazione, diverse idee su come farla le ho raccolte in questo post (ma altro sta succedendo, ad esempio la rivista Atlantic ha dato vita poco tempo fa a una divisione che si occuperà esclusivamente di curare i materiali del suo vasto archivio, 155 anni di storia, per ricavarne degli ebook da pubblicare regolarmente, o ancora il blog del Guardian From The Archive).

In conclusione, quello che Aaron rivela sui dati di LongForm  – che certo, sono relativi ad un unico sito e non possono essere in assoluto generalizzati per situazioni più complesse –  un paio di riflessioni comunque deve farcele fare. La prima è che un interesse del lettore verso i vecchi contenuti, se l’archivio nel quale sono custoditi è costruito bene, può esistere eccome. La seconda è che nell’ecosistema digitale il valore dei contenuti sarà sempre più legato con la sua capacità di creare relazioni attorno a sé, per questo valorizzare e puntare su contenuti che sappiano durare nel tempo, e non deperibili dopo poche ore, potrebbe essere una strategia intelligente da seguire.

Perché per un giornalista o un editore curare l’archivio,  far vivere a lungo i propri contenuti di qualità, ben oltre qualche giorno o al massimo una settimana, non vuol dire soltanto dare maggior valore (anche economicamente) a quei contenuti, significa che si sta cercando di costruire con il lettore un rapporto più solido e duraturo. Ed è proprio quel rapporto (e la sua qualità) il vero valore sul quale gli editori oggi devono saper puntare:

Quando investite nel vostro archivio, tuttavia, fate qualcosa di molto di più significativo che far partire il contatore delle page view. Dichiarate al mondo che il vostro lavoro merita un interesse continuo, e confermate ai vostri lettori che il rapporto che state costruendo con loro è a lungo termine. Non è semplicemente uno scambio tra fornitore e consumatore di contenuti ma qualcosa di più forte, perché dietro di sé lascia qualcosa che ha valore.

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nota 1: anche la struttura a “fiume” sta evolvendosi, in cerca di interfaccia più funzionale che non la classica home page e cercando connessioni con una nuova suddivisione tematica delle notizie. Ne ho accennato anche nel post precedente a proposito del sito Quartz, e sull’argomento consiglio di leggere questo fondamentale articolo del Nieman journalism Lab (una sintesi in italiano qui)

(l’articolo di Aaron Lammer l’ho scoperto grazie alla segnalazione di Robin Good e del suo scoop.it sulla content curation).

fonte: The Archive is a Campsite (Aaron Lammer su Contents Magazine)

Contenuti sponsorizzati, native advertising e nuove ossessioni: Quartz, un nuovo modello per il futuro dell’informazione online?

sponsorcontentA una prima occhiata Quartz (qz.com) non sembra niente di speciale, con una grafica ostentatamente minimalista non sembra differenziarsi molto da un portale di notizie come tanti altri. Eppure fin dal suo esordio – qualche mese fa (ottobre 2012) – la testata digitale businnes oriented che si rivolge a un pubblico cosmopolita di uomini d’affari voluto dalla Atlantic Media (l’editore del celebre mensile americano The Atlantic) ha attirato su di sé un bel po’ di attenzione. Firme di riferimento come Frédéric Filloux, Felix Salmon o Ken Doctor hanno dedicato analisi approfondite al suo modello editoriale mettendo in risalto le molte sfide lanciate.

Forse niente di assolutamente nuovo, se si guarda alle singole scelte editoriali, ma la combinazione dell’insieme della strategia lo ha fatto diventare una sorta di banco di prova: accesso gratuito a tutti gli articoli (nessun paywall) ma uso massiccio di contenuti sponsorizzati, grafica e leggibilità pensata per il web ma soprattutto per tablet e smartphone, idee innovative nella architettura dell’informazione e suddivisione tematica delle notizie.

E al banco di prova il primo test, va detto subito (è anche per questo che torno sull’argomento) sembra superato alla grande. Secondo i dati forniti da Atlantic Media il sito è passato da 100mila visitatori unici mensili di ottobre 2012 a 1,5 milioni, il tutto a marzo 2013. Risultati che hanno fatto gridare al responsabile delle strategie editoriali di Atlantic media Justin Smith: “Quartz è diventato un editore di riferimento a livello globale in soli quattro mesi”.

Bene, bravi. Forse i toni trionfalistici sono un po’ esagerati e ancora non del tutto giustificati, ma alla luce dei primi dati ha valore cercare di capire quali sono i punti che lo distinguono da altri portali simili. Cosa ha, alla fine, di speciale Quartz? Alcune scelte le accennavo prima ma provo a sintetizzare in quattro punti:

#1 design: semplice ed essenziale pensato per il web ma soprattutto per il mobile: molto simile a quello di un classico blog (la piattaforma è WordPress Vip), corpo centrale a colonna dove scorrono le news e una piccola colonna laterale. Insomma essenzialità e niente effetti speciali, a differenza di altri progetti che puntano molto nella grafica accattivante e innovativa (vedi ad esempio l’ottimo The Verge), Quartz si basa su una struttura classica per il web, semplice da usare, pensata per essere facilmente adattabile nei diversi formati e soprattutto funzionale anche per i piccoli schermi degli smartphone. Altro elemento da annotare a livello di struttura: la scelta sul mobile è stata quella di non realizzare nessuna app nativa e di puntare tutto sula capacità di adattabilità della web app in HTML5 (se avete dubbi su quali differenze passino tra una web app e una app nativa leggetevi questo). Dicono quelli di Quartz nella presentazione:

Chiamateci website, o se preferite, web app: Quartz combina i benefici del Web libero e aperto con l’eleganza di un’applicazione

#2 organizzazione delle notizie: forse l’aspetto più ambizioso del progetto. Pensare ad un nuovo modo di organizzare i temi e la gerarchica delle news. Quelli di Quartz le chiamano obsession, le loro ossessioni, i temi principali sui quali organizzano e aggregano le notizie. Sostituiscono la vecchia idea di servizi sui quali si basa l’organizzazione del lavoro di redazione di tutti i giornali (interni, esteri, finanza, economia e così via). Ad esempio in questo momento tra le “ossessioni” (che non sono fisse e rigide ma cambiano nel tempo) della redazione ci sono: crisi energetiche, denaro digitale, startup, stati moderni (paesi emergenti e nuovi modelli di economia a confronto). Su questo aspetto ha valore leggere l’analisi di C.W. Anderson fatta in un lungo articolo What happens when news organizations move from “beats” to “obsessions”? davvero molto interessante dedicato proprio a questa nuovo approccio di Quartz, cito solo l’inizio:

L’organizzazione delle redazioni è il riflesso di come i giornalisti concepiscono il loro lavoro. Nel momento in cui tutti questi concetti mutano, ha senso pensare che anche il modo di organizzarli debba cambiare con loro

Nota: È un’idea affascinante, perché tra l’altro ci dice che pensare a nuovi prodotti editoriali digitali non può più limitarsi dal creare una bella scatola da riempire di contenuti, non può prescindere dal riflettere profondamente su quello che è il linguaggio e l’architettura dell’informazione stessa.

#3 modello di business: no ai banner sì ai native advertising, potrebbe essere questo il motto per sintetizzare la scelta di Quartz sull’advertising. Partito con quattro grandi sponsor (Chevron, Credit Suisse, Cadillac e Boeing) per i quali è stato garantito un uso di contenuti sponsorizzati che si differenziano dagli altri non sponsorizzati unicamente per la presenza di un piccolo occhiello e un disclaimer ( “Questo articolo è stato scritto da ‘nome dell”azienda’ e non dalla redazione di Quartz”) posto alla fine dell’articolo. Per il resto sono impaginati in totale continuità di grafica con quelli della normale copertura giornalistica realizzati dalla redazione. Anche questo tipo di articoli sono decisi e sollecitati dalla stessa redazione e non dall’ufficio commerciale. Una modalità che sembra perfetta per i finanziatori e per i nuovi ambienti digitali come ha scritto poco tempo fa sul New York Times: “gli sponsor pagano per avere articoli online non semplice pubblicità”.

Nota: Certo che ogni nuovo “modello” sembra portare con sé anche questioni etiche. Se non sono schiere di blogger sottopagati sono redazioni che devono destreggiarsi tra copertura giornalistica e contenuti voluti da advertiser. Sui contenuti sponsorizzati, native advertising, branded content o come vogliamo chiamarli sicuramente non serve fare guerre di religione, sono un’opportunità certo, ma è evidente che un approccio serio sul tema, definendo alcuni punti fermi, è sempre più urgente.

#4 redazione: una ventina di persone, tutti giornalisti professionisti (e con molta esperienza alle spalle in grandi testate). Nessun blogger da far pesare poco o niente sui costi aziendali o da ripagare con la sola “moneta” della (presunta) visibilità. Quindi una, relativamente al progetto, piccola redazione di professionisti che curano e organizzano i diversi contenuti, sponsorizzati e non. Siamo lontani quindi dalle sterminate schiere di collaboratori di HuffPost e Forbes.com che mettono online quantità industriali di contenuti e su quella quantità puntano per generare traffico. L’idea è quella di rivolgersi a un pubblico selezionato con contenuti di qualità e voglia di sperimentare :

Gli sviluppatori e i giornalisti, a volte uno e l’altro sono la stessa persona, siedono uno accanto all’altro nella redazione di Quartz in modo che possano continuamente interagire e sperimentare. Sappiamo che il futuro dell’informazione sarà scritto in codice.

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Frédéric Filloux nella sua bella analisi aveva individuato alcuni elementi chiave per il (possibile) successo di Quartz. Ha sicuramente valore rileggerli alcuni adesso adesso: costruire rapidamente una grande audience, perché se vero che non potrà mai avere i lettori di un HuffPost puntando su una fascia di lettori più definita, è vero però che anche un testata storica sulle medesime tematiche di riferimento come l’Economist fa 7 milioni di visitatori unici al mese e 632mila tramite la sua app nativa.

La scommessa sui lettori stranieri sembra essere sempre più un obbligo nel mondo dell’informazione online ma è molto impegnativa e non garantisce ritorno pari allo sforzo. È vero che l’audience globalizzata, i lettori sparsi per il mondo che leggono un inglese chiaro e non complesso, sono un pubblico che un portale come Quartz ha l’obbligo di cercare (e in Italia cominciano a pensarci molto timidamente anche alcuni quotidiani vedi Sole24ore), ma tradurlo poi concretamente in revenue non è un passaggio così immediato. Giustamente fa notare Filloux che il Guardian con i suoi 60 milioni di visitatori unici – realizzati per due terzi fuori dalla Gran Bretagna – sono una bocca da fuoco eccezionale ma producono revenue per “solo” 40 milioni di sterline contro i 160 realizzati del sito del New York Times con il solo advertising.

Quindi giusto che ad Atlantic Media siano soddisfatti, ma alcuni traguardi restano ancora lontani. E come giustamente fa notare Filloux: gli sponsor non sono certo dei filantropi, prima o poi vorranno un ritorno significativo, altrimenti se ne andranno. Per questo un elemento importante, avendo come riferimento un pubblico di élite, sarà anche la capacità di individuare dati e profili dei propri lettori per dare agli sponsor e ai loro uffici marketing quelle informazioni che cercano – i famosi big data -, altrimenti rimanere in una nicchia sarà un lusso che non potrà permettersi ancora a lungo. A quel punto l’idea potrebbe essere quella di percorrere strade già fatte da altri (non ultimo: paywal e contenuti a pagamento). E allora sì, Quartz potrebbe essere davvero un sito come molti altri.

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