Contenuti sponsorizzati, native advertising e nuove ossessioni: Quartz, un nuovo modello per il futuro dell’informazione online?

sponsorcontentA una prima occhiata Quartz (qz.com) non sembra niente di speciale, con una grafica ostentatamente minimalista non sembra differenziarsi molto da un portale di notizie come tanti altri. Eppure fin dal suo esordio – qualche mese fa (ottobre 2012) – la testata digitale businnes oriented che si rivolge a un pubblico cosmopolita di uomini d’affari voluto dalla Atlantic Media (l’editore del celebre mensile americano The Atlantic) ha attirato su di sé un bel po’ di attenzione. Firme di riferimento come Frédéric Filloux, Felix Salmon o Ken Doctor hanno dedicato analisi approfondite al suo modello editoriale mettendo in risalto le molte sfide lanciate.

Forse niente di assolutamente nuovo, se si guarda alle singole scelte editoriali, ma la combinazione dell’insieme della strategia lo ha fatto diventare una sorta di banco di prova: accesso gratuito a tutti gli articoli (nessun paywall) ma uso massiccio di contenuti sponsorizzati, grafica e leggibilità pensata per il web ma soprattutto per tablet e smartphone, idee innovative nella architettura dell’informazione e suddivisione tematica delle notizie.

E al banco di prova il primo test, va detto subito (è anche per questo che torno sull’argomento) sembra superato alla grande. Secondo i dati forniti da Atlantic Media il sito è passato da 100mila visitatori unici mensili di ottobre 2012 a 1,5 milioni, il tutto a marzo 2013. Risultati che hanno fatto gridare al responsabile delle strategie editoriali di Atlantic media Justin Smith: “Quartz è diventato un editore di riferimento a livello globale in soli quattro mesi”.

Bene, bravi. Forse i toni trionfalistici sono un po’ esagerati e ancora non del tutto giustificati, ma alla luce dei primi dati ha valore cercare di capire quali sono i punti che lo distinguono da altri portali simili. Cosa ha, alla fine, di speciale Quartz? Alcune scelte le accennavo prima ma provo a sintetizzare in quattro punti:

#1 design: semplice ed essenziale pensato per il web ma soprattutto per il mobile: molto simile a quello di un classico blog (la piattaforma è WordPress Vip), corpo centrale a colonna dove scorrono le news e una piccola colonna laterale. Insomma essenzialità e niente effetti speciali, a differenza di altri progetti che puntano molto nella grafica accattivante e innovativa (vedi ad esempio l’ottimo The Verge), Quartz si basa su una struttura classica per il web, semplice da usare, pensata per essere facilmente adattabile nei diversi formati e soprattutto funzionale anche per i piccoli schermi degli smartphone. Altro elemento da annotare a livello di struttura: la scelta sul mobile è stata quella di non realizzare nessuna app nativa e di puntare tutto sula capacità di adattabilità della web app in HTML5 (se avete dubbi su quali differenze passino tra una web app e una app nativa leggetevi questo). Dicono quelli di Quartz nella presentazione:

Chiamateci website, o se preferite, web app: Quartz combina i benefici del Web libero e aperto con l’eleganza di un’applicazione

#2 organizzazione delle notizie: forse l’aspetto più ambizioso del progetto. Pensare ad un nuovo modo di organizzare i temi e la gerarchica delle news. Quelli di Quartz le chiamano obsession, le loro ossessioni, i temi principali sui quali organizzano e aggregano le notizie. Sostituiscono la vecchia idea di servizi sui quali si basa l’organizzazione del lavoro di redazione di tutti i giornali (interni, esteri, finanza, economia e così via). Ad esempio in questo momento tra le “ossessioni” (che non sono fisse e rigide ma cambiano nel tempo) della redazione ci sono: crisi energetiche, denaro digitale, startup, stati moderni (paesi emergenti e nuovi modelli di economia a confronto). Su questo aspetto ha valore leggere l’analisi di C.W. Anderson fatta in un lungo articolo What happens when news organizations move from “beats” to “obsessions”? davvero molto interessante dedicato proprio a questa nuovo approccio di Quartz, cito solo l’inizio:

L’organizzazione delle redazioni è il riflesso di come i giornalisti concepiscono il loro lavoro. Nel momento in cui tutti questi concetti mutano, ha senso pensare che anche il modo di organizzarli debba cambiare con loro

Nota: È un’idea affascinante, perché tra l’altro ci dice che pensare a nuovi prodotti editoriali digitali non può più limitarsi dal creare una bella scatola da riempire di contenuti, non può prescindere dal riflettere profondamente su quello che è il linguaggio e l’architettura dell’informazione stessa.

#3 modello di business: no ai banner sì ai native advertising, potrebbe essere questo il motto per sintetizzare la scelta di Quartz sull’advertising. Partito con quattro grandi sponsor (Chevron, Credit Suisse, Cadillac e Boeing) per i quali è stato garantito un uso di contenuti sponsorizzati che si differenziano dagli altri non sponsorizzati unicamente per la presenza di un piccolo occhiello e un disclaimer ( “Questo articolo è stato scritto da ‘nome dell”azienda’ e non dalla redazione di Quartz”) posto alla fine dell’articolo. Per il resto sono impaginati in totale continuità di grafica con quelli della normale copertura giornalistica realizzati dalla redazione. Anche questo tipo di articoli sono decisi e sollecitati dalla stessa redazione e non dall’ufficio commerciale. Una modalità che sembra perfetta per i finanziatori e per i nuovi ambienti digitali come ha scritto poco tempo fa sul New York Times: “gli sponsor pagano per avere articoli online non semplice pubblicità”.

Nota: Certo che ogni nuovo “modello” sembra portare con sé anche questioni etiche. Se non sono schiere di blogger sottopagati sono redazioni che devono destreggiarsi tra copertura giornalistica e contenuti voluti da advertiser. Sui contenuti sponsorizzati, native advertising, branded content o come vogliamo chiamarli sicuramente non serve fare guerre di religione, sono un’opportunità certo, ma è evidente che un approccio serio sul tema, definendo alcuni punti fermi, è sempre più urgente.

#4 redazione: una ventina di persone, tutti giornalisti professionisti (e con molta esperienza alle spalle in grandi testate). Nessun blogger da far pesare poco o niente sui costi aziendali o da ripagare con la sola “moneta” della (presunta) visibilità. Quindi una, relativamente al progetto, piccola redazione di professionisti che curano e organizzano i diversi contenuti, sponsorizzati e non. Siamo lontani quindi dalle sterminate schiere di collaboratori di HuffPost e Forbes.com che mettono online quantità industriali di contenuti e su quella quantità puntano per generare traffico. L’idea è quella di rivolgersi a un pubblico selezionato con contenuti di qualità e voglia di sperimentare :

Gli sviluppatori e i giornalisti, a volte uno e l’altro sono la stessa persona, siedono uno accanto all’altro nella redazione di Quartz in modo che possano continuamente interagire e sperimentare. Sappiamo che il futuro dell’informazione sarà scritto in codice.

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Frédéric Filloux nella sua bella analisi aveva individuato alcuni elementi chiave per il (possibile) successo di Quartz. Ha sicuramente valore rileggerli alcuni adesso adesso: costruire rapidamente una grande audience, perché se vero che non potrà mai avere i lettori di un HuffPost puntando su una fascia di lettori più definita, è vero però che anche un testata storica sulle medesime tematiche di riferimento come l’Economist fa 7 milioni di visitatori unici al mese e 632mila tramite la sua app nativa.

La scommessa sui lettori stranieri sembra essere sempre più un obbligo nel mondo dell’informazione online ma è molto impegnativa e non garantisce ritorno pari allo sforzo. È vero che l’audience globalizzata, i lettori sparsi per il mondo che leggono un inglese chiaro e non complesso, sono un pubblico che un portale come Quartz ha l’obbligo di cercare (e in Italia cominciano a pensarci molto timidamente anche alcuni quotidiani vedi Sole24ore), ma tradurlo poi concretamente in revenue non è un passaggio così immediato. Giustamente fa notare Filloux che il Guardian con i suoi 60 milioni di visitatori unici – realizzati per due terzi fuori dalla Gran Bretagna – sono una bocca da fuoco eccezionale ma producono revenue per “solo” 40 milioni di sterline contro i 160 realizzati del sito del New York Times con il solo advertising.

Quindi giusto che ad Atlantic Media siano soddisfatti, ma alcuni traguardi restano ancora lontani. E come giustamente fa notare Filloux: gli sponsor non sono certo dei filantropi, prima o poi vorranno un ritorno significativo, altrimenti se ne andranno. Per questo un elemento importante, avendo come riferimento un pubblico di élite, sarà anche la capacità di individuare dati e profili dei propri lettori per dare agli sponsor e ai loro uffici marketing quelle informazioni che cercano – i famosi big data -, altrimenti rimanere in una nicchia sarà un lusso che non potrà permettersi ancora a lungo. A quel punto l’idea potrebbe essere quella di percorrere strade già fatte da altri (non ultimo: paywal e contenuti a pagamento). E allora sì, Quartz potrebbe essere davvero un sito come molti altri.

font e approfondimentii:

Cura dei contenuti e giornalismo: etica, connessioni e valore

curation-001Quando si parla di nuove metodologie o di nuove pratiche per il giornalismo dell’era digitale succede che si debba sottolineare come, quelle stesse “nuove” pratiche, in realtà siano un modo per recuperare e valorizzare cose ben conosciute e attuate nel mondo dell’informazione da molto tempo. Vale ad esempio per la verifica delle notizie, il fact checking o per il dialogo con i lettori, e per molto altro: vecchie, buone regole e capacità di adattamento ai nuovi contesti. Per alcuni questa è la prova evidente che, alla fine, non c’è niente di nuovo sotto il sole – “è una cosa che si è sempre fatta” – e quindi tutto questo parlare di nuovo giornalismo è un mero esercizio un po’ fine a se stesso. Ma per altri si tratta invece di ripensare e recuperare buone pratiche che, per molte ragioni, si erano perse per strada e che oggi, con i nuovi strumenti – e magari un po’ di buon senso – possiamo rilanciare. Insomma guardare indietro ma con mente aperta verso il futuro…

Il discorso vale sicuramente anche per l’aggregazione e la cura dei contenuti (che non sono però la stessa cosa, ma ne parlo più avanti), pratiche consolidate sulle quali è necessario rilanciare nuove idee per aggiornare una professione che su molti aspetti ha ormai perso il proprio primato: “I giornalisti hanno fatto cura dei contenuti per anni. È sempre stata una parte integrante del modo nel quale selezionavamo le notizie. Forse non la chiamavamo curation, ma la stavamo facendo lo stesso. È nel nostro Dna” scrive David Brewer – giornalista con una vasta esperienza in grandi testate – sul suo blog  in un ottimo articolo da leggere per completezza sull’argomento.

Vero, ma cosa fa un curatore, in particolare un curatore nel campo del giornalismo? Deve raccogliere, sintetizzare, dare senso, aggiungere valore, attribuire, linkare, incuriosire, affascinare e intrigare: non c’è che dire, una bella lista di cose da fare, quella redatta da Steve Buttry, a inizio di un suo pezzo dove dà il benvenuto all’allora neoassunto team di news curator alla Digital First (uno dei punti di riferimento sulle nuove politiche digitali nell’informazione), l’editore nel quale Steve è responsabile del settore digitale (digital transformation editor per la precisione).

Da quando curation è diventata una “etichetta” di moda è utilizzata spesso anche a sproposito, tirata per la camicia in qualsiasi contesto, con conseguente rischio di far diventare il termine una parola-scatolone da poter riempire del significato che più aggrada chi la utilizza. Ma è vero anche che, sul tema delle possibili utilizzazione della curation nel campo del giornalismo (digitale e non), si stano sviluppando una quantità di riflessioni e spunti spesso davvero molto interessanti su metodologie, strumenti, “stili” e molto altro. Così, visto che in questo spazio vorrei cominciare a parlarne con più continuità di quanto fatto in passato, butto giù tre punti di riflessione, giusto per iniziare.

#1 La cura dei contenuti deve rispettare dei codici etici. Citare e attribuire correttamente la fonte, sono pratiche che nella professione giornalistica dovrebbero avere basi etiche solide e ben consolidate. Dovrebbero. Certo il raptus da copia-e-incolla ha fatto parecchie vittime, anche illustri. Quindi: attribuire, e nella giusta maniera riconoscendo sempre il lavoro fatto da altri, perché mettere un link da qualche parte non basta. Come ha giustamente ha fatto notare il curatore Rex Hammock senza tanti giri di parole:

Negli ultimi tre anni o giù di lì, il termine media curation è stato inteso sempre meno come una pratica di aiuto e di servizio e sempre più come un termine da utilizzare per imbellettare malamente un modello di business che si basa sostanzialmente su questo: “vai e ri-scrivi cose che trovi altrove su tutto ciò che è trend su Google e seppellisci poi un link da qualche parte verso la fine dell’articolo, in modo che non si possa affermare che quello è mero ri-scrivere una storia scritta da qualcun’altro”

curation codeIl problema esiste tanto che anche Maria Popova, che della content curation è autorevolissima esponente, ha promosso, nel marzo 2012, un codice etico della curation.  Che propone, tra l’altro, un formato standard per indicare le attribuzioni.

È molto utile, sul tema dell’attribuzione corretta, leggere ancora Steve Buttry, che nell’articolo già citato scrive alcuni principi etici “non-negoziabili”, tra i quali:

Attribuzione deve essere sempre completa, citando  il giornalista e la testata, se entrambi sono identificati nella fonte originale. Riferimenti vaghi come “notizie di stampa” o verbi passivi come “è stato segnalato” non sono sufficienti. Anche se la sorgente è un concorrente, attribuire completamente indicando il nome. Se si citano fonti non giornalistiche è necessario attribuire nel modo più competo citando la persona, l’organizzazione e/o il suo sito.

#2 Cura dei contenuti e aggregazione non sono la stessa cosa (o se preferiamo diciamola così: la curation è qualcosa di più che  semplicemente, mettere insieme qualche buon contenuto). Cura e aggregazione vengono molto spesso utilizzati quasi come sinonimi. Sbagliato. Limitare il lavoro di curation a quello di mettere insieme, aggregare, dei contenuti è limitativo. Per questo in molti, ad esempio, mettono in evidenza la necessità di un “fattore umano” nel lavoro di cura dei contenuti e non solo di aggregazione realizzata grazie ad algoritmi più o meno funzionali.

L’esempio più utilizzato in questo caso per spiegarne la differenza tra cura e semplice aggregazione è quello di pensare al curatore di contenuti così come pensiamo al curatore di un museo, che allo stesso modo seleziona, aggrega, autentica, studia e analizza temi e argomenti, ma propone qualcosa di (molto) di più al visitatore che “semplicemente” qualche bel quadro. Le cose migliori, a mio parere, su questo particolare aspetto le ha scritte il giornalista Adam Schweigert in un bel post , ne ho tradotto qui un passo:

Come responsabile di un museo raccoglie e organizza gli oggetti in una galleria per migliorare la nostra comprensione e l’apprezzamento della loro storia e del contesto più ampio, così dovrebbero fare i curatori di notizie, organizzare raccolte di informazioni in modo di aumentare la nostra comprensione della storia che si trova all’interno. […] Questa è la nuova definizione di “possedere una storia” – non necessariamente essere il primo a riferirla, ma piuttosto essere il curatore migliore, il più attento e capace di persistere nel tempo con informazioni che aiutino veramente le persone a capire.

#3 Cura dei contenuti vuol dire aggiungere valore a quei contenuti. Che poi è la diretta conseguenza del punto precedente: la curatela dei contenuti è un processo di selezione, aggregazione e verifica (eh sì anche verifica) al quale si deve aggiungere valore. “I curatori creano opere editoriali del tutto nuove, trovano, filtrano, e contestualizzano per trovare significato nella ‘nuvola’”, scrive in un bella riflessione – giustamente molto citata in questi giorni – Steven Rosembaum Ceo di Magnify.net, piattaforma di video curation  sul sito della Columbia Journalism Review, e aggiunge:

La curation, nella sua forma più pura, risolve un problema e soddisfa un bisogno crescente.

Il curatore dà delle risposte alle domande dei lettori, alla nostra voglia di comprendere meglio i fatti. Già perché i curatori, in una definizione di Maria Chiara Pievatolo che ho già usato in questo blog: non si limitano a riportare informazioni, ma suggeriscono dei percorsi e dei nessi. Sono cercatori di conoscenza e battitori di piste. Quindi disegnano contesti (e contestualizzare resta ancora una delle funzione principali del giornalismo, non è così?), tracciano percorsi nel senso che uniscono fatti, dati, idee e concetti per dare elementi utili al lettore per comprendere meglio la realtà, gli eventi che i media raccontano.

Che si tratti di far emergere, dal flusso continuo dei dati e delle notizie lanciate attraverso i media sociali, il racconto delle rivolte durante la primavera araba come Andy Carvin, o invece d’immergersi nei fondali di qualche archivio digitale per riportare alla luce (e all’attenzione del lettore) materiali dimenticati dalle prime pagine di qualsiasi ricerca su Google come Maria Popova, il fine del buon curatore potrebbe essere (con un po’ di azzardo) sintetizzato così: creare un contesto di riferimento, delineando con precisione un quadro chiaro per il lettore per guidarlo in un percorso di senso, attribuire i contenuti agli autori (e a chi glieli ha fatti conoscere), creare nuove connessioni, aggiungendo idee e analisi per dare strumenti capaci a far comprendere la realtà al lettore.

Mi sono dimenticato qualcosa?, sì ovvio, e parecchio credo. Per questo idee e suggerimenti sono bene accetti. Come sempre.

fonti e materiali:

La conversazione imperfetta. Appunti sulla gestione dei commenti in redazione

Oltre un decennio fa il Cluetrain Manifesto, pietra miliare della nuova comunicazione ai tempi dei media digitali, pubblicava come prima delle sue 99 tesi la celebre “i mercati sono conversazioni”. Eppure in tutto questo tempo proprio le imprese editoriali e le loro testate giornalistiche – che teoricamente, forti del loro lungo rapporto con la comunità dei lettori – più di altre avrebbero dovuto essere coerenti con questo assunto  “abitando” con disinvoltura un nuovo mercato fatto di relazioni e, appunto, di conversazioni hanno invece dimostrato di non esserne assolutamente all’altezza.

Una contraddizione che è stata fatta notare (ad esempio da Mathew Ingram su GigaOm) in relazione alla necessità che oggi molti avvertono nel dare una forma più evoluta ed efficace a uno dei primi strumenti di conversazione online: i commenti ai post. Troppo spesso “corpi” estranei all’articolo, lasciati a loro stessi e messi lì giusto per dovere di mostrarsi “duepuntozero”. Davvero raramente partecipati da chi scrive l’articolo e meno ancora pensati e utilizzati realmente come elemento per alimentare la discussione e farne emergere contenuti di qualità.

Vero è che  altri strumenti sono nati ed evoluti dalla nascita dei commenti (vere e proprie ere geologiche nella velocità di evoluzione di Internet e del web): Facebook, Twitter e le altre reti sociali, dove ormai la maggior parte della conversazione online si è spostata. È lì che oggi sempre più spesso gli articoli vengono citati, linkati e commentati. È ancora lì che si sviluppa traffico, lontano quindi dal luogo originario di pubblicazione (con buona pace di chi considerava i commenti solo e unicamente un modo per aumentare le pageview).

Ha  comunque valore sottolineare come alcuni strumenti nati con il web 2.0 ormai qualche lustro fa (i commenti certo, ma penso anche ai link esterni), siano usati così poco e male da molti giornali online, ma anche parecchi blog, che palesano ancora così poca dimestichezza nel cogliere, almeno in parte, il loro potenziale per creare una conversazione proficua e dare valore ai propri contenuti. Così, probabilmente l’uso e la gestione dei commenti nell’informazione online rischia di essere oggi percepita quasi come una questione “vecchia” e superata, prima ancora che se ne siano utilizzate appieno le reali potenzialità. Possiamo parlare di occasione mancata?

Certo, non c’è dubbio che quella di organizzare efficacemente i commenti sia una difficile sfida: troll, flame, polemiche che rapidamente degenerano, e poi difficoltà nel gestire ogni giorno quantità enormi di commenti. Tutti elementi che hanno convinto in molti che il gioco non valga la candela. Insomma un pozzo nero, come lo ha definito qualcuno, dove è più facile perdere che guadagnare. Tanto vale rinunciare quindi? La risposta è no, almeno se guardiamo all’esperienza di Nick Denton e del suo popolare (in tutti i sensi) network Gawker Media capace di generare 1 milione di commenti per 7.500 post da 130mila commentatori attivi nel solo mese di aprile 2012 (ma la banca dati degli otto siti del network contiene oltre 50milioni commenti).

Proprio lui infatti, in questi ultimi sta proponendo con una perseveranza di ferro nuove strade per migliorare la gestione dei commenti ai post. Difficile credere che uno con il fiuto e la conoscenza della Rete come Denton continui a provarci e aggiustare il tiro, al di là di ogni oggettiva difficoltà,  se non per la ferma convinzione che in quella massa di opinioni e osservazioni vi sia, comunque, un importante valore da cogliere per la propria “macchina editoriale” . Un valore, è forse superfluo precisarlo, anche economico. Come ha raccontato Felix Salomon in un suo interessante articolo su come l’editore di Gawker pensi di riuscire a monetizzare i commenti.

Denton e il “ribaltamento” dell’articolo

L’esperimento di Nick Denton a Gawker Media che tanta attenzione sta attirando da parte degli esperti è, come accennato, in continua evoluzione con continui aggiustamenti e perfezionamenti. L’idea di base dichiarata però è quella di trasformare ognuno nel moderatore dei propri commenti. L’articolo diventa così la “miccia” con la quale accendere una discussione nella quale tutti sono chiamati a dare il loro contributo e a gestirne repliche e controrepliche. Nell’idea del deus ex machina di Gawker sparisce la tradizionale gerarchia tra articolo e commenti, parte principale l’uno e corollario il secondo.

Estrapolo e traduco dall’articolo di GigaOm già citato:

Denton non vuole reinventare soltanto i modo di fare e gestire i commenti, vuole che questi cambiamenti siano parte del ripensare il giornalismo online stesso, ribaltando il tradizionale modello dell’articolo, della storia raccontata, dalla sua testa. Mentre molti trattano i commenti e le discussioni intorno a una storia come un ripensamento, qualcosa da appiccicare all’articolo una volta pubblicato, Denton dichiara invece che ciò che vede non è solo l’inizio della storia, ma la sua parte più importante.

L’idea di pensare in qualche modo ai lettori che commentano gli articoli come a una comunità che si auto-gestisce non è nuovissima. Anche all’Huffington Post con HuffPost Badge hanno pensato a qualcosa di simile utilizzando i meccanismi del socialcoso Foursquare per dare la possibilità agli stessi lettori di giudicare i commenti e renderli visibili o meno in base alla loro valutazione di affidabilità e correttezza.

Così come l’idea di vedere la pubblicazione dell’articolo, non come il traguardo finale del lavoro giornalistico ma il suo inizio, da continuare e arricchire con l’interazione del lettore è sempre più forte anche in esperienze di informazione online molto diverse tra loro: dal giornalismo aperto del Guardian, a quello imprenditoriale del nuovo Forbes. Segno probabilmente di un cambiamento di approccio che si sta facendo sempre più strada (almeno nelle esperienze più evolute).

diagramma dell’impressionante flusso di commenti sui siti di Gawker Media

Chi modera che cosa?

Come organizzare il lavoro e la gestione dei commenti in redazione, in base a quali strategie e con quali approcci? Le scelte anche qui non sembrano essere semplici. Il Poynter (fonte inesauribile di buone pratiche e spunti) tempo fa ha chiesto ad alcuni caporedattori di importanti giornali online come avessero gestito l’enorme quantità di commenti che li aveva investiti dopo un particolare fatto di cronaca che molto aveva colpito e animato l’opinione pubblica americana (l’omicidio di Trayvon Martin, un ragazzo di colore di 17 anni avvenuto in circostanze poco chiare).

Al di là dello specifico episodio se ne possono trarre alcune conclusioni sui diversi approcci nel gestire i commenti in una redazione. Se si decide che siano direttamente gli stessi redattori a farlo bisogna poi investire, e parecchio, in tempo da dedicarci. E lo sappiamo, il tempo è merce rara nelle redazioni. Dedicarcisi semplicemente come un di più, vuol dire perdere tempo due volte, serve un impegno costante e organizzato.

L’outsourcing a società specializzate nel community management è un’altra strada, che permette di dedicare delle professionalità specifiche nel lavoro di relazione con la comunità online, oltre che sollevare i redattori da un lavoro che spesso, ahimè,  ritengono loro stessi una perdita di tempo. Il rischio in questo caso è probabilmente quello di credere che possano essere divise in camere stagne professionalità e funzioni che dovrebbero invece integrarsi e collaborare. Ognuno fa il suo, c’è chi scrive l’articolo e c’è chi monitora la discussione (con il compito di soprattutto di tenere bassi i toni della discussione e sedare il più possibile le polemiche). Ed è ovviamente un limite. L’ideale, probabilmente, è rendersi finalmente conto che le redazioni hanno sempre più bisogno di essere ibride, integrando nuove professionalità con un bagaglio di esperienze adatte ai nuovi scenari dell’ecosistema dell’informazione. E hanno bisogno anche di giornalisti consapevoli, a loro volta, di dover acquisire tutte quelle nuove conoscenze che permettano loro di dialogare e interagire in maniera proficua con questi nuovi profili professionali.

lettere alla redazione in un ritaglio di un vecchio giornale

Fonti e approfondimenti:

#digitfi12: Una guida per il community engagement in redazione

Il sito web del Reynolds Journalism Institute è una davvero una fonte  inesauribile di materiale interessante sull’innovazione nel giornalismo e sulle buone pratiche nell’informazione (e se già non lo conoscete vi consiglio vivamente di “frequentarlo”). Ne è un’ulteriore prova questa bella guida (realizzata nell’agosto 2011) per le redazioni giornalistiche sull’interazione e l’ascolto della comunità di riferimento: Community engagement, a practical conversation for newsrooms (il link per scaricare il pdf e qui).

La guida curata da Joy Mayer (che dell’evoluzione del rapporto tra giornalisti e i lettori si occupa con costanza da anni) è pensata principalmente per redazioni dei giornali locali (ma molti spunti valgono per tutte le redazioni) e si fa apprezzare molto per chiarezza e capacità di sintesi. Divisa in undici capitoletti di una pagina o massimo due (ognuno dei quali rappresenta un obiettivo da raggiungere), articolati a loro volta in una una breve introduzione, nella quali vengono poste delle “discussion question” per centrare i problemi e le eventuali criticità da affrontare nel costruire una proficua discussione con i propri lettori, seguita poi da un elenco di “tattiche” da prendere in considerazione per risolverli.

Ne consiglio la lettura, e visto che (anche) di questi temi si parlerà nei prossimi giorni a Digit traduco e riporto i titoli dei capitoli che già di per sé, elencati uno di seguito all’altro, rappresentano una sorta di manifesto del giornalismo partecipato da applicare in redazione.

  • Il nostro pubblico principale sente di avere un legame con noi.
  • Siamo seriamente impegnati ad andare oltre il nostro pubblico principale.
  • Siamo accessibili, nella realtà dei fatti, sia come una redazione sia come singoli giornalisti.
  • I singoli membri della comunità si sentono invitati a partecipare ai nostri processi e incoraggiati a contribuire nel definire la nostra agenda.
  • Siamo continuamente impegnati a trovare modi per ascoltare ed essere in una conversazione continua con la nostra comunità.
  • Sappiamo in ogni momento adattare la copertura delle notizie e il modo con la quale la facciamo in base a quello che ci rispondono i lettori.
  • Per i membri della comunità è facile condividere le loro competenze ed esperienze, e noi sappiamo valorizzare il loro contributo.
  • Amplifichiamo le voci della comunità, oltre la nostra.
  • Investiamo nella nostra comunità e siamo visti come una risorsa per la comunità stessa.
  • Il nostro contenuto raggiunge il pubblico dove, quando e come è più utile e significativo.
  • C’è una grande quantità di modi diversi nei quali i nostri lettori hanno la possibilità di agire, condividere o rispondere alle  notizie e informazioni che diamo.

Giornalismo imprenditoriale. Dove ci porta il “modello” Forbes?

Se con il tuo sito di news superi i 30 milioni di utenti unici il mese raddoppiando il tuo traffico in un anno, è inevitabile, un po’ di attenzione l’attiri  da parte di chi cerca modelli vincenti per l’informazione online. Così Forbes (o meglio il suo portale di notizie Forbes.com) è diventato il “modello Forbes”. Un risultato raggiunto soprattutto grazie a due fattori: l’enorme quantità di contenuti: 100mila post pubblicati lo scorso anno da un esercito di quasi mille freelance e un approccio nuovo e spregiudicato nel modo di pianificare la gestione del lavoro redazionale. La rivoluzione è stata realizzata da Lewis DVorkin che di Forbes è Chief product officier, e se i numeri gli stanno dando ragione in pieno non mancano però alcune perplessità su tutta l’operazione.

Ma dove sta la novità? Innanzitutto Forbes.com più che un classico sito web è una piattaforma nella quale i tanti collaboratori gestiscono i propri blog e pubblicano i propri articoli in quasi totale autonomia ma impegnandosi a garantire accuratezza e costanza nell’interazione con i lettori. Forbes da parte sua fornisce strutture e tecnologia, e in alcuni (rari) casi anche un po’ di soldi in base al traffico generato (insomma ai clic che riesci a mettere insieme). DVorkin lo chiama incentive-based entrepreneurial journalism, giornalismo imprenditoriale basato su incentivi ovvero come ha spiegato a Mashable: “Quello che stiamo facendo è estendere il nostro marchio a 1.000 marchi: cioè tutte le persone che scrivono attraverso il nostro sistema. Se fanno un buon lavoro, costruiscono un seguito tra i lettori. Se non fanno un buon lavoro essendo responsabili per i loro contenuti, non saranno in grado di costruirsi un pubblico di persone che li seguono”. Tradotto brutalmente o sei capace di nuotare da solo o affoghi.

La maggior parte del controllo e dell’elaborazione dei testi non viene quindi fatto da una redazione giornalistica che cura i vari contenuti ma direttamente dai singoli freelance. “Non vi è alcun editing tradizionale sui contenuti dei contributor, almeno non prima della pubblicazione. Se una storia diventa ‘calda’ e va in home page, allora chiediamo al freelance di verificare più attentamente” dice ancora Dvorkin che aggiunge “Gli autori scrivono i loro titoli, caricano il materiale multimediale, formattano i propri articoli in WordPress e premono loro stessi il pulsante ‘pubblica’. A differenza della rivista su carta, nessuno modifica il loro lavoro. Nessuno verifica i fatti”.
In realtà una redazione c ‘è, la “new newsroom” disegnata da Dvorkin dove  tra i collaboratori – gli unici a creare contenuti – e il lettore  si inseriscono diverse figure professionali (esperti SEO, product manager, analisti ed esperti marketing) che “guidano” i testi a secondo del’audience e della loro capacità di relazionarsi con gli sponsor.

Lo schema della “new newsroom” per l’era digitale nel concetto di Forbes.com

Il modello è per molti aspetti quello dell’Huffington Post ma – come ha fatto notare qualcuno – moltiplicato per cento. Anche dal punto di vista della retribuzione, tranne qualche rara eccezione, siamo nel territorio (già ampiamente battuto da altri moloch dell’informazione online) dell’economia della “gratitudine”: associando il mio nome al marchio Forbes e alla piattaforma con un così largo seguito posso promuovere me e il mio lavoro in modo più efficace. Almeno questa è la teoria. La pratica per il momento dice che i vantaggi per Forbes sono decisamente più concreti: contenuti a costo basso, oltre che scalabilità e flessibilità, perché si può contare su un enorme “parco” di collaboratori che può aumentare o diminuire in proporzione delle esigenze della testata, visto che i contributor hanno contratti che possono essere risolti con preavviso di 30 giorni. Il sistema garantisce quindi più contenuti più rapidamente, e minori costi compresi quelli dovuti alla contrattualizzazione di redattori fissi. Evviva.

Ci sono pochi dubbi che quello che sta accadendo al sito di Forbes debba essere guardato con attenzione perché ci sta dicendo diverse cose su quello che potrebbero essere molte delle tendenze future. Ma se, al di là dei più che lodevoli numeri ottenuti, il “modello Forbes” come al sottoscritto qualche perplessità ve la suscita, vi consiglio di leggere oltre  al già citato Forbes’s Web Expansion Comes With Some Growing Pains, sia il bell’articolo di Jeff Sonderman What the Forbes model of contributed content means for journalism che ne evidenzia punti forti, ma anche i punti deboli, sia l’ottimo post Is Forbes the model for a digital-first media entity?, su GigaOm a firma di Mathew Ingram.

Da parte sua DVorkin (che ricordo ha una grande esperienza giornalistica alle spalle per testate come Wall Street Journal e New York Times), ha le idee molto chiare come dimostra nel suo blog (da leggere assolutamente) dove spesso racconta  l’evoluzione del suo progetto, sottolineando costantemente come alla base della sua idea di giornalismo economicamente sostenibile ci siano valori come trasparenza, qualità e interazione con i lettori. Per molti versi siamo nei paraggi di quel giornalismo aperto del quale ho parlato spesso in questo spazio.

Il fatto è che DVorkin conosce molto bene il valore dei contenuti originali e di qualità, dei media sociali e dell’engaging, non solo per quanto riguarda la fidelizzazione del lettore ma anche per quello che concerne il suo coinvolgimento nel processo di produzione delle notizie. Queste strategie le sta affinando da qualche anno e già con True/Slant – altro portale news modellato sull’idea di unire giornalismo, networking, nuove forme di pubblicità e imprenditoria – aveva cominciato a far emergere il suo nuovo modello di web journalism tutto concretezza e pragmatismo. In questo è probabilmente anni luce avanti rispetto a molti dirigenti delle grandi testate così poco capaci nel saper leggere con lucidità il cambiamento intorno a loro. E per dirla tutta bisogna ammettere che Forbes.com rispetto a solo due anni fa è nettamente migliorato, con molti ottimi contenuti.

Forse alla fine niente di assolutamente nuovo Forbes.com probabilmente sta solo, nel bene e nel male, mettendo in evidenza, estremizzandole, questioni già conosciute nelle ultime tendenze dell’informazione online così come nella stampa mainstream (che non ha aspettato certo l’entreprenurial journalism e la cultura digitale per scoprire, e spesso non risolvere, conflitti di interessi e rischio di marchette spacciate per articoli giornalistici). Resta però un’immagine di cosa sarà/potrebbe essere il futuro (cioè dopodomani): testate d’informazione senza più una redazione giornalistica, realizzate aggregando contenuti (più o meno in evidenza a seconda del traffico generato e delle opportunità di business) scritti e messi online da schiere di freelance/imprenditori che – ognuno per conto proprio – producono contenuti esclusivamente nel loro campo di interesse e incentivati dal comprensibile desiderio di autopromuoversi. Potrebbe anche funzionare economicamente per qualche editore. Funzionerà per la qualità dell’informazione e per il futuro di questa professione?

Per un giornalismo aperto adesso. I cinque pilastri dell’open journalism

Sono passati quarant’anni da quando Internet è stata sviluppata e venti da quando il web è stato messo online. I nuovi media non sono nemmeno più così nuovi. Ma troppa della nostra energia nel giornalismo si è concentrata sui nuovi modi per offrire idee vecchie, invece che sui nuovi approcci per fornire ciò di cui oggi la gente ha realmente bisogno.

È una frase che sintetizza alla perfezione molto del dibattito che in questi ultimi anni si sta sviluppando intorno al futuro dell’informazione, la giornalista americana Melanie Sill – che della frase citata è l’autrice – l’ha messa un po’ di mesi fa in uno di una serie di interessantissimi articoli e interventi dedicati al giornalismo “aperto”: The case for open journalism now. Una considerazione sostenuta da molti che potrebbe apparire addirittura scontata nella sue evidenza. La pratica però ci dice quanto sia ancora disatteso il passaggio verso quei nuovi approcci che la Sill, e molti altri, si auspicano.

Uno come John Paton convinto assertore della digitalizzazione dei quotidiani e ceo di uno dei maggiori gruppi di giornali locali in America è stato ancora più esplicito: “Crappy newspaper executives are a bigger threat to journalism’s future than any changes wrought by the Internet”, più o meno: i pessimi dirigenti dei quotidiani sono una iattura ben maggiore per il futuro del giornalismo di qualsiasi cambiamento possa causare Internet…

Così l’open journalism sta diventando il simbolo di qualcosa di nuovo, di un giornalismo che ripensa sé stesso magari per recuperare vecchi valori persi per strada. Ma coniugato alle politiche editoriali che puntano tutto sul digitale è anche (soprattutto) una strategia dettata da scelte economiche. C’è una cultura che lo sostiene, una “religione” ha detto qualcuno, ma ci sono anche precise istanze economiche. Il Guardian, senza dubbio il più noto tra i portabandiera dell’open journalism, solo lo scorso anno ha perso circa 50 milioni di dollari sterline e il suo digital first è una scelta tanto coraggiosa quanto dettata da urgenze di bilancio e robusti tagli ai costi di gestione (e anche del personale).

Ma quali sono i fondamenti sui quali si deve realizzare il nuovo open journalism e come possiamo concretamente cominciare ad applicarli nel lavoro giornalistico? Collaborazione, trasparenza e partecipazione, certo, lo abbiamo capito sono principi base per ripensare un nuovo modo di fare informazione, ma cosa significa concretamente, con quali strumenti e quali strategie?

Sempre al Guardian nel marzo scorso hanno pubblicato le linee guida che la redazione si era data per realizzare con metodo il nuovo approccio di lavoro. Un decalogo su come applicare i nuovi paradigmi del giornalismo del futuro, sui quali, per il momento, non mi soffermo visto che in molti – giustamente – hanno già sottolineato e fatto riflessioni (alcune delle notazioni a mio giudizio più interessanti le trovate qui)

Ma al di là delle etichette, dell’enunciazione di singoli principi e dichiarazioni d’intenti, mi sembra interessante l’idea che comunque dietro a un nome vi sia una roadmap, un percorso a tappe che dai valori più profondi del giornalismo tradizionale (del buon giornalismo da sempre) si spinga ad esplorare nuove metodologie di approccio e di organizzazione del lavoro giornalistico, dove le pratiche di engaging hanno un ruolo fondamentale (soprattutto se pensate per coinvolgere veramente il lettore nel processo produttivo e per migliorare la qualità del proprio lavoro e non per ottenerne contenuti gratuitamente). Oltre alle esperienze del Guardian tra  le persone da seguire in rete personalmente suggerisco Steve Buttry e i già citati John Paton, Melanie Sill. Tutti però convinti che nell’apertura alle nuove pratiche di interazione con i lettori e di ingaggio con le comunità  i giornalisti debbano ambire ad avere un ruolo primario, di leader e di guida. Un ruolo certo da conquistare sul campo e non calato dall’alto per divina volontà. Ma questo è un elemento da tenere comunque presente e che, mi sembra, caratterizza e differenzia  l’open journalism pensato dentro le redazioni rispetto a molto altro giornalismo partecipativo governato tutto dal basso.

Proprio la Sill che cito a inizio articolo ha prodotto una raccolta di materiali molto interessanti assieme a serie di articoli e interventi che mi sembra abbia valore rileggere. Per questo “rispolvero” da Delicious dove gli avevo salvati un po’ di tempo fa questi articoli per segnalarli.

In particolare trovo interessante tradurre e sintetizzare i 5 pilastri che secondo la giornalista americana sono il fondamento delle pratiche di open journalism da applicare nelle redazioni. Un’ottima base per riflessioni future.

1.Trasparenza. è un valore che si collega profondamente alla tradizione del giornalismo, dice la Sill ma il concetto va rafforzato ed esteso. E in molte direzioni. A cominciare ad esempio esplicitando quali siano i finanziatori del giornale, la propria missione editoriale, cosa che raramente fanno le testate mainstream. Trasparenza su modalità di gestione delle correzioni, così come sui programmi, sui software e le risorse utilizzate ad esempio per raccogliere dati e organizzarli. Insomma “show your work”, mostra il tuo lavoro, spiega come è fatto e, meglio ancora: mostra del tuo lavoro anche il processo e gli strumenti che hai utilizzato per realizzarlo. Invita poi anche gli altri a utilizzarli e a condividerli in modo che usandoli possano tutti insieme migliorarli e ottimizzarli.

2. Interazione e coinvolgimento come parte centrale del proprio lavoro e non semplicemente come un di più. L’interazione, come parte fondamentale nella raccolta e selezione delle notizie e non solo e semplicemente un modo per promuoverle. Il che non vuol dire che una volta raccolte l’interazione non possa essere anche uno strumento utilissimo per farlo. L’engaging resta soprattutto però un processo per migliorare la raccolta delle notizie e la qualità e quantità delle fonti. Una strada che deve essere sempre percorsa  nei due sensi di marcia: dalla redazione al lettore e dal lettore alla redazione, monitorando continuamente i propri canali di informazione.

3. Partecipazione: sostanziale, reciproca e gratificante. Il rapporto tra chi raccoglie e diffonde le notizie (le redazioni) e chi le fornisce e le condivide è un aspetto centrale dell’open journalism che alimenta più di un dibattito (ad esempio quello sul citizen journalism). Esistono esperimenti come quello dell’HuffingtonPost con OffTheBus sulla campagna presidenziale  (realizzato nel 2008 e replicato nel 2012). Altre esperienze si stanno facendo in questa direzione nei quali le redazioni cercano di interagire e valorizzare contributi e conoscenze da parte dei lettori, per un dialogo più attivo con la propria comunità di riferimento attraverso i social media e gli strumenti digitali.

4. Collaborazione. Può essere il più abusato dei termini, soprattutto se ci si limita alla semplice condivisione dei contenuti per aumentare la lista dei contatti con la sola finalità di auto-promuoversi. Eppure le idee alla base della cultura open-source hanno cominciato a influenzare qualche redazione. I programmatori e le tecnologie hanno prodotto benefici diretti verso alcuni nuovi generi di giornalismo. Oggi i giornalisti lavorano per analizzare dati, per mappare e visualizzare graficamente le loro indagini condividendo le loro conoscenze e il software utilizzato sia attraverso canali più indirizzati verso la comunità dei giornalisti, come ad esempio Investigative Reporters and Editors, sia verso quella come GitHub dedicato ai programmatori di software.

5. Presenza in rete. La condivisione delle informazioni online viene realizzata per mezzo di diversi network che si intersecano tra di loro: dalle comunità dei fan fino a quella dei media sociali, dai blog con le loro conoscenze altamente specializzate ai forum di discussione. Le testate online possono essere il canale più abituale dove la maggior parte delle persone cercano informazione generalista, ma le altre reti danno la possibilità di accedere a una varietà di informazioni molto più vasta. Per capire questo contesto più ampio nel quale operare e  trovare il modo migliore per svolgere il proprio ruolo di servizio, le redazioni possono fare un importante salto di qualità  nel selezionare e diffondere le notizie, attività che ha definito il giornalismo per così tanto tempo. Il prossimo salto in avanti deve essere in merito alla collaborazione con la comunità di riferimento riguardo alle finalità dell’informazione pensata come servizio.

Community engagement in redazione per un giornalismo migliore

Se dopo aver risposto alla classica domanda “a che cosa stai lavorando adesso?” la conversazione cade per qualche attimo nel silenzio e amici e parenti vi guardano con sguardo interrogativo aggrottando la fronte probabilmente state lavorando a qualcosa che ha a che fare con il web. Se siete giornalisti e lavorate nel web può esservi anche capitato di peggio: quando, una decina d’anni fa, cominciai a lavorare per un sito di informazione online alla fatidica domanda un amico mi rispose “ma quindi fai ancora il giornalista o no?…”

Oggi, anche dove l’uso sistematico degli strumenti digitali a servizio del giornalismo non è una novità assoluta, se il tuo nuovo incarico in una importante rete di quotidiani locali è quello di essere responsabile del community engagement & social media può succedere che in molti (parenti, amici ma anche molti colleghi) stentino a capire cosa realmente stai facendo. È così che Steve Buttry – qualche decennio passato nella carta stampata in giro per il mondo e oggi uno dei punti di riferimento per chi vuole capire le potenzialità degli strumenti digitali nella professione giornalistica – ha cominciato da qualche anno a raccontare il senso del suo lavoro anche in un blog: The Buttry Diary ricchissimo di spunti, idee, provocazioni e suggerimenti. Tra i molti segnalo un bel post  What does ‘community engagement’ mean? dove Buttry, come è facile capire dal titolo, ha cercato di dare una definizione del suo lavoro di questi anni. Cosa significa fare community engagement per un giornalista, cosa comporta in concreto lavorare con gli strumenti digitali (ma attenzione, non solo con quelli) in una redazione avendo come finalità quella di coinvolgere e rendere attivi i propri lettori e le comunità che si racconta? Buttry, dopo qualche scambio di vedute, propone questa definizione, asciutta e sintetica come un tweet:

Community engagement = News orgs make top priority to listen, to join, lead & enable conversation to elevate journalism.

Che tento di tradurre così:

Community engagement= organi d’informazione  che fanno dell’ascolto la priorità principale, per collaborare, guidare e favorire la conversazione al fine di realizzare un giornalismo migliore.

L’interazione con la “folla” è dunque pensata principalmente per migliorare il proprio lavoro, il livello qualitativo dell’informazione. La conquista di nuovi lettori ne è semmai la logica conseguenza, non l’ obiettivo aprioristico. D’altronde i vecchi caporedattore spesso ricordavano ai giovani praticanti che tra la le fonti di notizie non bisognava mai dimenticare la suola di scarpe da consumare andando in giro a parlare con le persone. I nuovi media, come di frequente accade, ci danno la possibilità di riappropriarci e aggiornare strategie antiche: riscattare il lettore dal ruolo di figura indistinta e sfocata al quale è stato relegato troppo spesso dalla stampa mainstream è indubbiamente una delle scommesse da vincere nel nuovo ecosistema dell’informazione. L’engagement non può essere che reciproco. E proprio su questa linea, mi sembra, sono pensate  le keyword che che Steve propone per far emergere nelle redazioni la qualità e l’efficacia del lavoro di interazione con la comunità dei propri lettori. Ne propongo una traduzione perché mi sembrano una base molto utile per riflessioni future.

Priorità. Il Community engagement non può funzionare come ripiego. Coinvolgere è un lavoro serio, e se l’organizzazione non è realmente interessata è difficile avere il tempo e l’attenzione che servono. Una cosa importante: la comunità è intelligente e le persone si rendono subito conto quando l’impegno è solo a parole e non una reale priorità.

Ascoltare. L’interazione non è semplice promozione. Se il vostro engagement consiste nel raccontare cosa deve essere importante per la comunità o quello che state facendo, oppure siete interessati unicamente a raccogliere contenuti a basso costo, bene non coinvolgerete nessuno. Avete bisogno di ascoltare e dare risposte. E a volte avrete bisogno di cambiare strategia per valutare i feedback provenienti dalla comunità che state ascoltando.

Partecipare. Non potete pretendere di ospitare tutta la conversazione nel vostro sito web o nel vostro giornale. Le persone stanno discutendo sulle notizie e le questioni che riguardano la loro comunità in molti luoghi per loro importanti, sia fisici che digitali. Dovete partecipare a queste discussioni e rispettare il ruolo e la reputazione di chi le sta conducendo.

Guidare. Gli organi di informazione devono essere leader nella conversazione con la comunità (quelli che hanno radici nella stampa e una storia di leadership editoriale hanno già ricoperto questo ruolo). Dall’ascolto e dalla partecipazione delle altre conversazioni guadagnerete il rispetto necessario per poterle guidare.

Conversazione. Conferenze e informazione monodirezionale, a senso unico, possono avere il loro ruolo, ma l’interazione è una conversazione multi-direzionale, dove ascoltare le persone, far condividere con gli altri le loro conoscenze, porre domande ponderate e fornire risposte ponderate. La conversazione è umana e personale (a volte divertente, a volte triste, a volte arrabbiata, a volte gioiosa). La conversazione ha necessità una voce amichevole.

Giornalismo. L’interazione [engagement] è un approccio che può e deve servire a migliorare il nostro giornalismo. Può anche avere qualche beneficio di marketing, ma lo scopo è un giornalismo migliore.

nota: tradurre il termine engagement non è semplice (almeno non lo è per me) perchè convivono significati dalle sfumature molto diverse: condivisione, partecipazione, c’è quasi una promessa di un percorso comune (ring engagement è non a caso l’anello di fidanzamento) ma anche di ingaggio, con un senso forte di competizione (una lotta, una battaglia), per conquistare qualcosa…

fonti e approfondimenti

Nuovi mestieri nel giornalismo: animatori di comunità cercansi (Il Ducato)

Mappa delle Competenze del Community Manager (Il Giornalaio)

La strategia della fuffa

Ci sono dati che seppur confermino quello che hai già abbastanza chiaro in testa, finiscono comunque con il sorprenderti. E così nel vederli lì quei numeri – nero su bianco – anche se testimoniano di tendenze emerse ormai in maniera netta e definita, una certa impressione comunque la fanno. Nel rileggere con attenzione l’ultimo Rapporto sulla sicurezza in Italia e in Europa pubblicato già da un paio di mesi (lo scorso 26 gennaio per la precisione) dall’Osservatorio di Pavia, Demos&PI e Fondazione Unipolis,  tra le tante notazioni e riflessioni che l’indagine mette in risalto, mi ha particolarmente colpito quella  relativa al “peso” che le diverse tematiche hanno nell’agenda delle notizie nei telegiornali pubblici europei. Il periodo di riferimento è tutto il 2010 nelle  edizioni prime time, le testate prese in considerazione sono quelle del servizio pubblico (in particolare: Rai uno, i tedeschi di Ard, Bbc one, France 2 e gli spagnoli di Tve):

clicca per ingrandire

Politica, Criminalità e “Costume e Società” rappresentano l’asse portante del Tg di Rai Uno con il 42,9% del totale quando, nella media europea, le tre tematiche messe assieme raggiungono solo il 25.2 % (e per dare un altro parametro, alla Bbc il 25,3%). Colpisce, e molto, quel “costume e società” termine abbastanza benevolo nel quale si trovano contenute un po’ tutte le soft news, altro termine elegante per definire il nulla, la fuffa elevata a dignità di notizia. Un 12,8% contro la media europea del 5,3% e, in un confronto ancora più deprimente, di un 2,7 della Bbc o dell’1,9% della Ard la televisione di stato tedesca. D’accordo quello della “rotocalchizzazione” dei Tg nazionali (e soprattutto quello della prima rete pubblica) è una tendenza fatta notare già da tempo, però vederla tradotta in cifre e confrontata con le linee editoriali dei telegiornali europei un po’ di sorpresa la provoca…

Di contro, ma guarda un po’, la cronaca economica subisce un trattamento diametralmente opposto: si ferma all’8,8% con una incidenza pari, più o meno, alla metà che negli altri Tg (sia rispetto alla  media europea sia guardando i singoli dati delle testate straniere).

Ecco, al di là delle molte considerazioni che si possono fare (e che è giusto fare), mi sembra che ci sia poco da aggiungere a questii dati e a quello che ci dicono su quelle che sono le strategie editoriali della principale testata giornalistica del servizio pubblico.

L’indagine giunta alla sua quarta edizione, come al solito, è ricca di moltissimi altri spunti. Consiglio vivamente, a chi non l’avesse già fatto, di leggersela con attenzione: per scaricarla, in formato pdf,  cliccate qui (rapporto completo) oppure qui (sintesi)

Approfondimenti:

I Tg e la realtà: due universi paralleli (Articolo 21)

Scorgere i mali di cui siamo liberi (Lipperatura)