Le elezioni Usa, la rivincita del nerd e l’epistemologia del giornalismo

illustrazione di Jim Cooke per Gawker (via http://gaw.kr/S4viiP)

“Quando l’obiettività giornalistica si confronta con l’obiettività scientifica, i suoi circuiti sono fritti”. È una frase stupenda, l’ha scritta Mark Coddington – giornalista e contributor del Nieman Journalism Lab – che l’ha messa a conclusione di un articolo del suo blog dove, circa una settimana prima del voto delle elezioni Usa, ancora una volta prendeva le difese di Nate Silver.

Sì proprio lui l’analista e statistico criticato, se non addirittura deriso, da buona parte delle grandi firme del giornalismo politico americano e poi, a risultati acquisiti, celebrato come il grande trionfatore tra i commentatori della sfida elettorale negli Stati Uniti. L’uomo che ha azzeccato le previsioni delle elezioni elencandole stato per stato, centrandone 50 su 50 49 su 50 (ma con il risultato della Florida potrebbero essere 50 su 50), dimostrando che il precedente exploit del blogger nel 2008 (49 stati su 50) non era frutto di una delle più clamorose botte di fortuna della storia.

La storia di Nate Silver, e delle polemiche innescate delle sue analisi fatte su FiveThirtyEight il suo blog sul New York Times, l’ha ricostruita molto bene Il Post (vi rimando quindi a quell’articolo per farvi il quadro completo). Quello che trovo interessante notare è però la dicotomia tra due mondi, quello del gotha del giornalismo politico americano e quello del buon Nate Silver. Una dicotomia che Coddington ha colto molto bene e che ci dice alcune cose interessanti su una cultura che sta dietro a un certo giornalismo e che oggi viene messa pesantemente in discussione.

Procedo con ordine: tra le molte critiche piovute addosso al buon Silver c’era innanzitutto quella di partigianeria a favore di Obama, Silver dopo essersi studiato una enorme quantità di sondaggi e fatto analisi accurate aveva scritto che al 90,9 per cento avrebbe vinto Obama. Ohibò. Cosa vuole dire? Con queste affermazioni sta influenzando l’elettorato perché è di parte, tifa per Barack. In realtà Silver scriveva quello che per uno analista esperto in statistiche è assolutamente normale e limpido: ovvero che secondo lui dopo aver analizzato montagne di numeri – grazie all’algoritmo da lui perfezionato – le probabilità di vittoria di Obama erano più alte di Romney e – dovendo tradurre, da buon matematico, in numeri le sue affermazioni – le probabilità che ciò avvenisse erano 90,9 su cento contro le 9,1 del suo avversario. Punto.

D’altronde, come ha fatto notare anche Gregory Ferenstein su TechCrunch, una probabilità non è esattamente una previsione (o se preferite: fare una previsione esprimendola in termini di probabilità è cosa diversa che fare una previsione esprimendola in termini assoluti con la prosopopea di chi pensa di sapere tutto). Già ma come diavolo è possibile che si possa quantificare la possibilità di realizzarsi di un evento futuro?, e addirittura senza parlare con le fonti ufficiali ma attraverso sondaggi presi in Rete? È impossibile. È sbagliato, dicevano in molti.

A questo punto giustamente Coddington fa notare:

Quando si parla di epistemologia del giornalismo, tutto alla fine si lega all’obiettività. La norma giornalistica dell’obiettività è molto di più di un’attenzione all’essere neutrali o nel cercare di apparire imparziale. Per i giornalisti, sono le fondamenta sulle quali basare la loro autorità di poter raccontare la realtà per noi. E l’autorità dell’obiettività è radicata in un determinato processo.

Un processo, scrive Coddington, diametralmente opposto a quello scientifico di Silver. Ecco allora che la ragione per la quale l’establishment del giornalismo politico americano ha criticato aspramente Silver è semplice da comprendere: sono di due pianeti diversi, Silver per loro è un alieno. Da una parte le loro fonti accessibili solo per privilegio di professione, il loro processo di selezione, verifica dettati dal “senso della notizia”. Dall’altro c’è Silver, il metodo scientifico che ha come fonte i sondaggi che tutti, se lo vogliono, possono leggere e analizzare e un processo che può essere rintracciato per comprenderne le conclusioni alle quali giunge.

Insomma da una parte c’è un processo opaco, soggettivo, nebuloso un po’ autoritario (e sempre meno autorevole) che utilizza fonti esclusive, che tiene volutamente fuori il lettore dal processo stesso non rivelandone i meccanismi, dall’altra c’è un processo aperto, trasparente che utilizza fonti accessibili a tutti e che non pretende di essere verità assoluta ma che dichiara apertamente e chiaramente il proprio livello di affidabilità.

Tutti e due questi modi diversi di venire a conoscenza delle cose inevitabilmente producono tipi diversi di conclusioni, quelle di Silver sono allo stesso tempo molto più specifiche e meno certe rispetto a quelle degli esperti di politica.

Il processo di obiettività giornalistica non può produrre quel tipo di specificità, che è al di fuori delle sue capacità epistemologiche. Così alla fine scrive Coddington i giornalisti politici non hanno soltanto un problema sul come Silver conosce ciò che conosce ma anche su come lo espone e lo esprime. Fondamentalmente – dice Coddington – stanno confondendo la specificità con la certezza. Per loro, il modo con il quale si viene a conoscenza delle cose è inconciliabile con quel tipo di specificità. Per cui deve essere per forza un’esagerazione.

In realtà, la specificità di Silver non è arroganza è il prodotto naturale di un modo scientifico e statistico di produrre conoscenza. Le analisi statistiche producono numeri per loro stessa natura. Questo non vuol dire che sono certi: infatti, l’epistemologia delle scienze sociali è da tempo molto più incerta nel raggiungere le sue conclusioni che non l’epistemologia del giornalismo.

L’alieno Silver insomma, o il signore dell’algoritmo, o il mago o il nerd o come lo vogliamo chiamare sta mettendo in discussione le certezze sulle quali si è basato un certo giornalismo politico, la sua autorevolezza e il modo con la quale è stata ottenuta. Ed è un segnale importante, da cogliere perché ci conferma ancora volta che fare informazione dovrà essere sempre più una pratica capace di ripensare il proprio processo di lavoro: il rapporto con le fonti, con i dati, con le risorse messe a disposizione dalla rete. Un processo che dovrà acquisire sempre nuove specificità, nuove conoscenze con le quali saper leggere la realtà per non andare in cortocircuito. E non ultimo dovrà essere sempre più capace di mettere  la propria autorevolezza al vaglio di processi aperti e trasparenti.

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