Il giornalismo verso una cultura “open”: il Guardian e la strategia digital first

Se metti online, accessibili e visibili da chiunque, informazioni strategiche sul tuo lavoro di norma custodite gelosamente (e che addirittura molti dei tuoi rivali sarebbero disposti a pagare pur di venirne a conoscenza) può voler dire solo due cose: o sei un pazzo o hai una visione del futuro che si basa su paradigmi completamente diversi da tutti gli altri. Al Guardian, poco ma sicuro, pazzi non sono. La decisione di rendere pubblica la propria newslist – il piano di lavoro sulle quali sono annotate, giorno dopo giorno, le notize da seguire e i compiti asegnati ai vari membri della redazione –  per condividerla con i lettori e accogliere i loro suggerimenti su come costruire il giornale fa parte, ovviamente, di una precisa strategia. L’esperimento è stato fatto partire a inizio ottobre 2011, in fase sperimentale, ma difficilmente si tornerà indietro.

Seppur eclatante l’esperimento è solo il più recente passo in direzione di un’ampia condivisione di dati e informazioni con i propri lettori: “Let readers in and they will help make your work better” lasciate entrare i lettori e loro aiuteranno a rendere il vostro lavoro migliore, dice convinto Dan Roberts, l’editor responsabile del progetto, in una recente intervista. Così già a maggio 2010 dal quotidiano inglese era stata lanciata Open platform che permette, in molti casi gratuitamente, a sviluppatori esterni di condividere tramite API (Application programming interface) aperte molte risorse e contenuti del Guardian su altre piattaforme, anche se di altre aziende e con finalità commerciali.
Anche in questo caso nessuna pazzia, quella del Guardian è una visione sempre concreta e pragmatica: “non solo diciamo che è possibile mettere i nostri contenuti in una applicazione commerciale, ma anzi incoraggiamo a farlo perché vuol dire mettere il nostro contenuto in luoghi dove altrimenti non sarebbe stato mai pubblicato, e questo ci consente poi di costruire relazioni con potenziali partner”, ha detto Chris Thorpe uno dei responsabili del progetto a Mathew Ingram in un articolo per il superblog GigaOm. “Non pensarlo come un giornale. È una piattaforma dati” ha titolatolo stesso Ingram un suo articolo successivo dove si sottolinea che la strategia di Open Platform ha fatto, negli Stati Uniti, importanti proseliti come Usa Today e New York Times.

UNA PIATTAFORMA APERTA e da condividere con i propri lettori. Sarà (anche) questo il giornale del futuro? Certo è che non è necessario essere dei convinti sostenitori della rivoluzione digitale per capire che molti dei parametri con i quali si è misurata l’informazione ( e la professione giornalistica) stanno per essere radicalmente cambiati. Nel modo di reperire le notizie e nel modo di distribuirle, nel modo di relazionarsi con i propri lettori.
La politica del “digital first” lanciata nel luglio 2011,  e della quale si è molto parlato in questi mesi, sta disegnando scenari nuovi, “Una linea è stata tracciata sulla sabbia” dice ancora Mathew Ingram che sulla vicenda sta scrivendo, a mio parere, tra le cose più interessanti.  Si stanno delineando sempre più nettamente due strategie opposte,  quella dei vari paywall, i “muri”  eretti da alcune testate online come il Times – e da tutti coloro che pensano di trasportare di peso un vecchio modello economico nella nuova dimensione digitale – e quella che mira invece a coinvolgere in modo concreto e fattivo i lettori nel processo produttivo e creativo del giornale.
Perché in fondo essere coerenti con la filosofia del “digital first” non significa solo eliminare gradualmente la carta per ridurre i costi di produzione e distribuzione. Vuol dire cambiare i paradigmi, essere interessati al lettore, non solo per i soldi che è disposto a darti per leggere i tuoi articoli ma anche per il suo bagaglio di conoscenze che può condividere con te, per la sua identità con la quale confrontarti, per la sua voglia di riconoscersi in una comunità, locale o globale che sia, che sente esistere anche nel racconto quotidiano che ne fa il giornale. Anche gli esperimenti sui nuovi giornalismi, come ad esempio quello sul giornalismo di precisione con il giustamente celebrato DataBlog, sono tutti pensati per rendere sempre più trasparente il processo di raccolta delle notizie in funzione di fare dei lettori una parte fondamentale di quello stesso  processo.

D’altronde non occorre essere dei fini analisti per capire che per gli editori sarà difficile realizzare un qualsivoglia modello economico vincente per i loro giornali (online e offline che siano) senza riacquistare quell’autorevolezza e credibilità agli occhi dei lettori. Una credibilità persa costantemente negli anni soprattutto per aver sempre più reso marginale il contributo dei lettori (magari a favore, come accade da noi, dell’establishment politico che ogni anno elargisce finanziamenti pubblici dai quali le testate sempre più dipendono economicamente).
Anche per questo chi ha intrapreso la strada del digital first sta attuando nelle sue redazioni decise politiche di community engaging ovvero di interazione, relazione e ascolto con la comunità dei propri lettori. E non è solo questione di strumenti digitali ma di ripensare completamente al modo di relazionarsi con i tuoi referenti. Non solo con l’uso delle nuove tecnologie ma anche, semplicemente, spalancando le porte della redazione ai propri lettori trasformandola così in uno spazio aperto di incontro e confronto, creando delle newsroom cafe come ha fatto John Paton ceo del Journal Register Company editore di una serie di quotidiani locali negli Stati Uniti, che pure sta puntando tutto sul “digital first”.

LE POLITICHE DI ENGAGING – anche guardano il solo dato economico – sembrano premiare anche quei media digitali che ne hanno fatto un uso strategico. Lo fa notare nel suo blog Alan Mutter, uno dei più autorevoli osservatori dei modelli di business per i contenuti in rete, in un suo articolo Engagement, the new digital metric. I grandi editori stanno applicando il modello di business della stampa ai media digitali – sostiene Mutter – da  due decenni spendono le loro energie nel cercare di  mettere insieme un pubblico più grande possibile nei loro siti e, più di recente, nelle lo pagine di Facebook e Twitter. Ma un’audience vasta e indifferenziata non ha una grande importanza nel mondo digitale quanto quelle audience omogenee, attive e facilmente “targettizzabili” dai propri inserzionisti.

E anche senza dimenticare l’approccio tutto concretezza di Mutter – certo, dietro le strategie di engaging c’è molto spesso anche la volontà di profilare le identità dei lettori a uso e consumo dei propri uffici marketng – è altrettanto evidente che dalla società vengono richieste sempre più decise di nuovi spazi di discussione, dove poter contare e non essere semplici spettatori. Richieste di partecipazione, di trasparenza, di una cultura “open” che investe sempre più ampi spazi della vita sociale, della politica. Oggi non esistono certezze che le strategie votate al “digital first” saranno quelle economicamente vincenti, è possibile pensare però che continuare a ignorare le istanze provenienti da larga parte della società significhi, per i media, mettersi fuori del cambiamento in atto, non essere in grado di raccontare la realtà nei suoi aspetti più importanti. E questa per chi fa informazione, anche dal punto di vista economico, non rappresenta da sempre la strategia peggiore da seguire?

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Fonti e approfondimenti:

4 thoughts on “Il giornalismo verso una cultura “open”: il Guardian e la strategia digital first

  1. Molto interessante. Ricorda il processo di Open Government delle Pubbliche Amministrazioni: rendere accessibile i dati, il lavoro, delle PA per creare (tra le altre cose) sinergie con i cittadini e le organizzazioni. Sinergie anche dedite al profitto.

    Due soli appunti: concordo che un’audience indifferenziata non ha valore su internet e la prova lo sono le pagine fan di facebook (come gli account twitter) delle maggiori testate italiane. Corriere e Repubblica ad esempio.

    Su questo, in positivo mi sento di citare Mushable (su twitter ha diversi account a seconda del tema di cui tratta) e, per il lato pubblico, la Regione Toscana (Visit Tuscany).

    Inoltre credo anche che spazi di discussione ce ne siano in generale in Rete, il problema secondo me sta proprio nel fatto che i giornali (come spesso anche le aziende) non stanno alla discussione. Oro colato (credo) per i giornali.

    • Ciao Ivo, scusa se ti rispondo in ritardo.
      Sono d’accordo con te spazi di discussione in Rete ce ne sono la sfida semmai, come per l’open government che giustamente citi, è fare un passo ulteriore in avanti non solo coinvolgere in una conversazione il cittadino (o il lettore nel caso dei media) ma farne parte essenziale del processo decisionale, creativo e non il referente ultimo. Il fatto che da noi alcune pubbliche amministrazioni lo abbiano capito prima dei media, a mio modo di vedere, non è un buon segno sullo stato di salute dell’informazione.

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