Wikileaks e libertà d’informazione: che succede se solo le Banche sono a decidere?

Una volta affievolito l’eco delle ultime rivelazioni generato dai cablogrammi Usa, Wikileaks fa ancora parlare di sé per le molte questioni lasciate aperte da qualcosa che –  minimizzino pure i detrattori dell’organizazione capeggiata da Assange (si sapeva già tutto, nessuna novità, solo gossip) – è piombato del tutto inaspettato nel microcosmo dell’informazione portando al limite i rapporti che lo sorreggevano. Forse questa è la parte più interessante: la riflessione sulle nuove dinamiche, sui nuovi scenari che l’entrata in campo di Wikileaks  impone a tutta la comunità mondiale su temi quali: trasparenza, publicness, uso etico delle nuove tecnologie.

Una questione molto importante la pone, in questi giorni, un editoriale pubblicato sul New York Times (non certo da annoverare tra i fan di Assange e soci) a proposito della scelta di molti gruppi bancari di non permettere finanziamenti a Wikileaks. L’organizzazione, ci ricorda il NYT, non è stata condannata, e nemmeno denunciata. Eppure il mondo finanziario sta tendando di farla chiudere.

Non può essere dimenticato il fatto che Assange ha annunciato che proprio il mondo della finanza sarà il prossimo obiettivo dei leaks. Così Visa, MasterCard e PayPal e più recentemente ancora Bank of America hanno negato qualsiasi transazione a loro favore. Le banche godono di un’autonomia che altri enti di pubblica utilità non hanno. Ad esempio – si fa notare ancora nell’editoriale del NYT – nessuna azienda di telecomunicazioni può rifiutarsi di fornire la banda larga a qualcuno solo perché ritenuto “un’impresa rischiosa”.

Ma la capacità di una banca di bloccare i pagamenti ad un soggetto giuridico solleva una prospettiva inquietante. Un pugno di grandi banche potrebbe potenzialmente bloccare qualsiasi organizzazione non gradita al sistema tagliandola, sostanzialmente, fuori dal mondo economico.

Quindi, al di là della pur importante questione Wikileaks, le domande che l’editoriale si pone sono:

Cosa può succedere se un gruppo di grandi banche decide che un blogger, particolarmente fastidioso, sia diventato “troppo rischioso”? Che cosa succede se le banche decidono – una dopo l’altra – di chiudere l’accesso finanziario a un giornale che stava per rivelare verità scomode sulle loro attività? Questa decisione non può essere lasciata solamente all’establishment del mondo degli affari.

Domande sulle quali è importante riflettere. Il fatto che oggi vengano poste da una testata così influente non mi sembra per niente scontato. Segno che le rivelazioni di Wikileaks hanno messo in moto un processo profondo di ripensamento delle regole e una richiesta di maggior trasparenza che sarà difficile fermare. O almeno è quello che mi auguro.

Banks and Wikileaks (New York Times)

4 thoughts on “Wikileaks e libertà d’informazione: che succede se solo le Banche sono a decidere?

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  2. Complimenti per l’articolo, il punto centrale di questa vicenda di fine 2010 è proprio questo.
    Forse dietro le decisioni delle banche, ci sono direttive imposte da un potere diverso?

    Mauro

    • Grazie Mauro, penso anche io che questo sia uno dei punti centrali. I prossimi sviluppi della vicenda, ora che Assange ha annunciato che saranno proprio le banche l’obbiettivo dei prossimi leaks, potrebbero farci capire molto meglio la reale portata del ‘fenomeno’ Wikileaks e quanto possa concretamente riuscire a cambiare alcune regole e rapporti di forze. Insomma vedremo se davvero il Re è nudo…

  3. Pingback: Wikileaks chiede aiuto: le banche hanno il diritto di chiudere l’informazione scomoda? | Senzamegafono

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