Huffpost Badges: i commenti dei lettori diventano un social network

Circa un mese fa Mike Skapinker editor del Financial Times ha scritto un articolo che torna sul tema dei commenti anonimi e dell’uso dei nickname su Internet. L’articolo è stato pubblicato anche da noi in Italia dal Sole 24 Ore: nel suo editoriale Skapinker scrive:

I quotidiani autorevoli, ad esempio, hanno da sempre una forte reticenza a pubblicare lettere anonime nelle loro edizioni cartacee, e consentono ai mittenti di rimanere anonimi solo se l’anonimato è indispensabile per la loro protezione, e anche in questi casi solo dopo aver appurato che il mittente sia chi sostiene di essere. Ma sui siti dei giornali gli pseudonimi sono consentiti e largamente usati, e lo stesso vale per i siti dove si recensiscono libri, alberghi e molto altro ancora.

E sul proprio account Twitter il giornalista ribadisce il concetto “Free citizens don’t need anonymity on the web”. A distanza di qualche settimana torna nuovamente sull’argomento Steve Outing (uno degli osservatori più attenti ai temi dell’innovazione e della multimedialità nel giornalismo) con un post sul suo blog Reader comments: It’s time to make ‘em civil che ha generato una discussione continuata, poi, in altri post. Outing in particolare è rimasto colpito da quanto successo su un giornale online, il DailyCamera, che ha riportato un cruento fatto di cronaca locale, un duplice omicidio: molti dei commenti (scritti con nickname o con nomi fittizi) all’articolo inneggiavano il gesto del pluriomicida e con toni e linguaggio decisamente censurabili. Così anche Outing propone la fine dell’anonimato sui siti di informazione:

Quindi la soluzione è abbastanza semplice per i siti di notizie che hanno bisogno di migliorare la loro conversazione pubblica online. Basta dire di no all’anonimato, se non in circostanze eccezionali.

Leggendo i loro editoriali, le argomentazioni di Skapinker e quelle di Outing sono sicuramente sensate. Eppure ai due articoli sono state sollevate molte critiche. Qual è il problema? Tradire la natura del web, la sua libertà, uno dei principi fondanti di Internet fin dalla sua nascita, secondo molti. L’anonimato, i nickname non sono paraventi dietro i quali nascondersi ma semmai uno ‘spazio’ di libertà che altri luoghi oggi non concedono più, sostengono ad esempio, molti dei commenti in Rete all’articolo pubblicato sul Sole 24 Ore. E in effetti anche queste argomentazioni non mi sembrano del tutto fuori luogo.

Chi ha ragione? Non credo sia questo il vero  punto. Il punto è quello di  investire di più nel  ruolo attivo del lettore. La ‘moderazione’ non deve allora essere vista come una limitazione della libertà, da una parte, o un’attività prettamente censoria dall’altra, ma come un’opportunità di coinvolgere a un livello più articolato e più profondo la propria audience. Non aprirsi ai commenti delle notizie (come del resto fanno le pagine news di alcune delle versioni online delle maggiori testate italiane), oppure lasciarli sostanzialmente a loro stessi, come un corpo a sé rispetto all’articolo, con un atteggiamento un po’ “facciamoli fare ma mettiamoli in un angolino e speriamo che nessuno li legga” non giova a nessuno, credo.

In Italia già da alcuni anni molti blogger hanno deciso di non accettare commenti anonimi. La scelta credo sia sensata e condivisibile se non da tutti dalla stragrande maggioranza dei frequentatori della blogsfera. Ma il ‘problema’ non è ovviamente quello dei blog, ma quello dei portali delle grandi testate online, che possono arrivare a ricevere migliaia di commenti ogni giorno. Lì il discorso della gestione dei commenti si fa decisamente complesso.

Un esempio da seguire con interesse viene dall’HuffPost (2,3 milioni di commenti al mese dichiarati dalla stessa Arianna Huffington) che da circa un mese (dal 29 aprile scorso) ha lanciato una nuova interfaccia per la gestione dei commenti basato su badges, con un’idea presa in prestito da Foursquare (socialcoso in netta scesa, al quale altri grandi quotidiani online stanno guardando con interesse) e con una filosofia che vira in maniera ancora più decisa verso un concetto più ampio di comunità e di social network.

L’obiettivo è quello di coinvolgere sempre più direttamente i lettori nella moderazione dei commenti e nella segnalazione di fonti e temi da approfondire. La pagina di registrazione è stata ridisegnata con collegamenti ai SN (Facebook e Twitter in primis). I lettori – che comunque devono registrarsi, ma possono farlo anche con nickname – hanno la possibilità di giudicare gli altri commenti, di replicare, di segnalare un abuso di un altro commento. Gli editor della redazione interagiscono più attivamente con i lettori e anche sulla base delle segnalazioni decidono se rimuovere alcuni commenti.

Certo, quella dell’HuffPost è anche una scelta di marketing, che utilizza in maniera esplicita le reti sociali come traino per incrementare il traffico e per fidelizzare i lettori abituali (uno ‘zoccolo’ per il superblog di 800mila lettori sui 23 milioni complessivi solo negli Usa, secondo TechCrunch). Per carità magari ci sarà anche qualche aspetto da mettere a punto, altri meccanismi meno chiari (almeno a me), tant’è che il progetto dell’HuffPost è ancora dichiaratamente Beta e in fase evolutiva (e sono già annunciate nuove funzioni). Ma la direzione mi sembra molto più stimolante che semplicemente imporre limitazioni o rendere la registrazione difficile e complessa (mettendola a pagamento, come fa già qualcuno, oppure richiedendo numeri di carta di credito o documenti per certificarne la reale identità).

Parlare di informazione che si dirige verso la struttura dei social network genera sempre qualche mal di pancia tra i membri dell’enstablishment della professione giornalistica (e magari non solo tra loro). È un tema che merita ancora approfondimenti e riflessioni, andiamoci pure cauti, come raccomandano in tanti. Ma credo che oggi ci debbano essere pochi dubbi sul fatto che la scommessa sul futuro dell’informazione online si gioca, e molto, su quanto possa essere realmente attivo e non marginale il ruolo del lettore.

Lettere alla redazione in una vecchia pagina di un quotidiano

altri articoli sull’argomento:

Huffington Post Does a Foursquare, Offers Readers Badges for Behavior (Bloomberg BusinessWeek/GigaOm)

Will Foursquare Badges Really Help Newspapers? (GigaOm)

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  1. Pingback: La conversazione imperfetta. Appunti sulla gestione dei commenti in redazione | senzamegafono

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