“He said/she said” journalism: l’equilibrio della falsa obiettività

Obiettività ed equidistanza dalle diverse opinioni contrapposte. Non sono forse due degli ingredienti del giornalismo che vogliamo? Forse. Pensiamoci meglio però, ne siamo proprio certi? Siamo sicuri, ad esempio, che dietro a queste doti giornalistiche non possa nascondersi un modo per appiattire la verità, per mettere a punto una formula stilistica che sì, ostenta una visione oggettiva ma che, invece, svilisce il dibattito asservendolo a un conformismo che avvicina pericolosamente l’essere obiettivi all’essere superficiali, la pratica dell’imparzialità a quella dell’ipocrisia?

 

L’occasione per tornare a riflettere su questi temi la offre Chris Hedges una delle grandi firme del giornalismo americano, permio Pulitzer nel 2002, (qui in Italia è noto soprattutto per due libri “Il Fascino Oscuro della Guerra” e “Fascisti Americani”) che recentemente nella sua rubrica settimanale su Truthdig ha pubblicato un articolo intitolato molto provocatoriamente “The Creed of Objectivity Killed the News”.

L’obiettività ha creato la formula del citare l’opinione degli esperti dell’enstablishment – tutti selezionati all’interno dei ristretti confini dell’elite di potere – che discutono della politica come teologi medievali. Finché un punto di vista è bilanciato da un altro, di solito niente più di quello che Sigmund Freud definiva “il narcisismo della piccole differenze”, il lavoro di un giornalista è considerato completo. Ma questo più di frequente è un modo per oscurare piuttosto che esporre la verità.

e ancora:

E il credo dell’oggettività diventa un veicolo comodo e vantaggioso per evitare di confrontarsi con le verità spiacevoli e irritanti, una struttura di potere dalla quale l’industria delle news dipende per l’accesso e i profitti. Questo credo trasforma i reporter in osservatori neutrali o semplici voyeur. Si bandisce l’empatia, la passione e la ricerca di giustizia. I giornalisti sono autorizzati a vedere ma non a sentire ne a parlare con la loro voce. Funzionano come dei “professionisti” che vedono se stessi come sociologi imparziali e disinteressati. Questa vantata mancanza di pregiudizi, attuata da gerarchie di burocrati esamini, è la malattia del giornalismo americano.

Un giudizio netto quello di Hedges, che d’altronde non ha mai nascosto le proprie idee, e il suo giornalismo per certi versi ‘militante’ non gli ha impedito di essere considerato uno dei migliori inviati di guerra. In realtà la questione non è certo dibattuta da oggi, Jay Rosen, che insegna giornalismo alla New York University, ha spesso  messo in guardia proprio su quel modo di costruire le notizie che si preoccupa soltanto di confezionare un equilibrio artificioso. Quello per intenderci che si limita a riportare, su un determinato fatto, le posizioni di una parte e poi di quelle della parte opposta, senza però tentare né di spiegare correttamente nè di approfondire veramente le storie raccontate. Viene definito ironicamente il “He said/She said” journalism, consiglio vivamente in particolare la lettura di un post del suo blog PressThink non recentissimo (aprile 2009) ma fondamentale per i numerosi spunti e la profondità di analisi su questo tema. Qui mi limito a citarne solo tre brevi passi:

Definizione rapida di cosa significa “he said, she said” journalism…

  • C’è una disputa pubblica.
  • La disputa fa notizia.
  • Nessun reale tentativo di valutare le pretese di verità che si contrappongono nella storia, anche se sono in un certo senso la ragione per la quale viene raccontata quella storia. (sottostiamo alla regola del “il conflitto fa la notizia”).
  • I mezzi per fare una valutazione ci sono, quindi è possibile esercitare un controllo di fatto su alcune delle questioni sollevate, ma per qualche ragione nell’articolo non se ne trova traccia.
  • La simmetria prodotta dalle due parti che fanno dichiarazioni contrarie mette il reporter nel mezzo tra due poli opposti.

A questo punto Rosen ci ricorda che:

Scrivere le notizie in modo da finire nei pressi del “punto intermedio tra il meglio e il peggio che può essere detto da qualcuno” non corrisponde affatto all’impulso di raccontare la verità, ma a quello di cercare un riparo, ed è possibile che questo rituale finisca per distorcere la verità.

E ancora:

Il “punto intemedio” (halfway point) è una ben misera linea guida ma suona bene quando ci si affanna a far capire a tutti che non si è coinvolti, a nessun titolo, nel gioco. (…) Oltre ad essere semplice da realizzare – e a non aver bisogno né di grandi capacità né di conoscenze approfondite sull’argomento trattato – è un modo di riportare le notizie che pubblicizza l’imparzialità di chi le produce. L’annuncio conta tanto quanto le informazioni. We report, you decide.

evoluzionismo vs. creazionismo su Both Sides divertente parodia del "he said/she said" journalism

Il problema è stato posto con forza anche nel giornalismo scientifico. La crisi della stampa ha ridotto le redazioni (dove sempre più spesso tutti devono arrangiarsi a fare tutto) e i giornalisti specializzati (quelli che grazie al loro bagaglio culturale in un determinato campo sanno fare vera divulgazione…), sono diventati specie in via di estinzione . Ecco che però la tecnica del “He said/She said” journalism può venire incontro al redattore cooptato per trattare di un argomento del quale conosce ben poco per non dire niente. Basta esporre la tesi A, poi quella B, opposta alla precedente e il gioco è, più o meno, fatto… In molti hanno lamentato che operando in questo modo si è spesso (per superficialità o in maniera deliberata), dato credito a tesi o teorie di scarso valore, mettendole così sullo stesso piano di quelle comprovate da anni di studi, ricerche e verifiche sul campo. Magari, spesso, di riportare la controversia non ce ne sarebbe affatto bisogno, basterebbe semplicemente riportare fatti e dati in modo chiaro e trasparente… ma tant’è.

In Italia Marco Travaglio nel suo “La scomparsa dei fatti” dedica un intero capitolo a quello che lui chiama il giornalismo del “Senti questo, Senti quello” per denunciare come i fatti siano diventati sempre più, nell’operato di molte redazioni, elementi accessori a favore delle dichiarazioni dei politici di turno o delle esternazioni di opinionisti dalla credibilità incerta e tuttologi dell’ultima ora.

da claudiocaprara.it

“Transparency is the new objectivity” ci ricorda David Weinberger (uno degli autori del Cluetrain Manifesto), teniamone di conto allora. Le notizie costruite per compiacere il potente di turno ci irritano e ci infastidiscono, è ovvio, ma non di rado  sono così talmente faziose che palesano una parzialità sfacciata e facilmente riconoscibile. Anzi direi proprio che, spesso, in molti salotti televisivi di apparire imparziali a certi opinionisti importa assai poco, le preoccupazioni sono semmai ben altre: quella di “marcare un territorio” e di dimostrare a tutti di esserne un paladino fedele e intransigente, di ostentare una retorica capace di difendere la propria fazione al di là di ogni buon senso…

Attenzione però a cadere in quella equidistanza diretta discendente di un’imparzialità ovattata, magari “tecnicamente corretta”, ma comoda, rassicurante, discretamente ipocrita e priva di trasparenza. Nemmeno questa ci vuole dire niente di significativo su quello che realmente ci accade intorno, si guarda bene dal fornirci strumenti di approfondimento e di certo non si preoccupa minimamente di darci strumenti per costruire un’opinione indipendente. Ci lascia semplicemente a galla in quella melassa dialettica del “lui dice questo/lei dice quest’altro”.

approfondimenti

He Said, She Said Journalism: Lame Formula in the Land of the Active User (il post di Jay Rosen sul suo blog PressThink)

“He Said, She Said” Journalism: Are We Done With That Yet?

La rubrica settimanale di Chris Hedges su Truthdig

né di spiegare correttamente

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